18 aprile, Sesto S.Giovanni: in corteo sfilano il dolore, la rabbia e la coscienza

Sono più di trecentocinquanta, in maggioranza ex operai della Breda Fucine con le loro famiglie, ad allinearsi davanti al Centro di Iniziativa Proletaria “ G. Tagarelli” in via Magenta 88, sede del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, sabato 18 aprile, giorno in cui il Comitato ricorda – ogni anno dal lontano 1994 – non solo gli 83 morti di amianto della Breda Fucine, ma “tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista”, come sta scritto sulla lapide posta sul territorio della fabbrica che non c’è più. A loro si mescolano operai della Magneti Marelli, della Falck, dell’Ercole Marelli, dell’Ansaldo, di tutte quelle grandi fabbriche che, coi loro 42.000 operai fecero di Sesto, nel corso del ‘900, la Stalingrado d’Italia. Le fabbriche non ci sono più, chiuse tutte tra gli anni 1992/1997, ma è rimasta la coscienza - appresa in quei reparti infernali – della necessità di resistere, di lottare uniti e organizzati.

Insieme a loro, dietro lo striscione “Per ricordare tutti i lavoratori uccisi in nome del profitto”, si allineano semplici cittadini di Sesto mai entrati in fabbrica, il folto gruppo di lavoratori del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio di Tezze sul Brenta e Bassano del Grappa con il loro striscione che ricorda che “La morte sul lavoro non è mai una fatalità”, una delegazione del Comitato Inquilini di via Feltrinelli dove le case sono letteralmente rivestite di amianto, alcuni giovani No Tav della Val di Susa, un gruppo dell’Associazione Esposti Amianto di Paderno Dugnano.

Il corteo si muove per le strade di Sesto fino a via Carducci, dove nel 1997 i lavoratori della Breda Fucine con una dura lotta di tre anni contro l’amministrazione comunale, posero stabilmente la lapide che recita “A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista, ora e sempre Resistenza”.

Di fianco alla lapide, per ricordare i compagni che non ci sono più, insieme a Michele ci sono Antonia, vedova di Giambattista, uno dei fondatori del Comitato; Rosa, vedova di un operaio Breda morto di asbestosi, i due figli di Bruno, morto pochi giorni prima; Rita, malata di tumore, una di quelle mogli che lavavano le tute impregnate di amianto dei loro mariti.

Il passato e il presente: esattamente 10 anni fa moriva Giambattista, un combattente che del Comitato ha vissuto i primi anni duri per portare coscienza tra i suoi compagni di lavoro prima, e tra la popolazione poi, di cosa fosse l’amianto; 6 anni fa, il 1° di maggio, moriva Giuseppe; pochi giorni fa è mancato Bruno. E oggi Rita, nonostante la malattia appena scoperta, che ha voluto essere presente, testimone di questa strage che non si ferma.

Michele ricorda i compagni scomparsi e gli assassini, i padroni alla ricerca del massimo profitto che, nonostante fossero a conoscenza degli effetti nefasti dell’amianto, nulla fecero perché gli operai non morissero, così come nulla fanno oggi per evitare i più di 1.500 morti all’anno sul lavoro, le migliaia (sono 5.000 i morti solo per amianto) di morti di lavoro. Una guerra di classe non dichiarata che ogni giorno esige le sue vittime. Rosa parla dei complici: i sindacati confederali, a cui lei si era rivolta dopo la morte di suo marito, che le hanno risposto che non c’era niente da fare. Sindacati che, insieme con il Consiglio di Fabbrica, con l’Amministrazione comunale, con l’Ispettorato del Lavoro, sapevano benissimo i rischi a cui andavano incontro i lavoratori perché dagli anni ’70 lo SMAL (l’allora Servizio di Medicina del Lavoro) inoltrava loro rapporti che descrivevano puntualmente le conseguenze a cui sarebbero andati incontro gli operai: malattie e morte.

Complici che, nonostante le lacrime di coccodrillo sui morti del lavoro, mai si sono presentati a ricordare queste vittime.

Un lungo applauso, dopo che la Banda degli Ottoni ha suonato l’Internazionale, e poi di nuovo in corteo verso via Magenta, dove si è tenuta un’assemblea di strada.

Tutti gli interventi hanno ribadito la responsabilità di padroni, sindacati, istituzioni, di un intero sistema economico, politico, sociale che privilegia il profitto, a cui vengono subordinati tutti gli altri diritti, dal diritto al lavoro a quello alla salute.

Così Luciano di Bassano ricorda che tutti gli sfruttati fanno parte di una stessa classe, al di là del colore della pelle, che hanno identici interessi e che solo in una società diversa, dove non esista più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, questi interessi si possono realizzare.

Daniela ha ricordato Bruno, operaio della Forgia morto la settimana prima per un tumore al polmone. Un compagno di lotta sempre presente, generoso e disposto, nonostante la malattia, a lottare per gli altri; generoso come quella classe operaia che costruisce la ricchezza e riceve in cambio un misero salario quando va bene, la morte quando va male.  Ricordare Bruno e tutte le altre vittime significa in realtà lottare contro una società barbara, quella capitalista, che produce per il profitto e non per il soddisfacimento dei bisogni degli esseri umani.

Lorena, figlia di un operaio morto di mesotelioma, parla di sicurezza: denuncia che mentre i politici fanno leggi razziste sulla sicurezza, con il nuovo Testo Unico peggiorano ulteriormente le condizioni di sicurezza dei lavoratori e assicurano l’impunità ai padroni. La vera, prima sicurezza è quella di lavorare senza morire.

Silvestro denuncia che, come sempre, le istituzioni, i partiti, i sindacati, sono assenti.

Un lavoratore della Scala di Milano, dopo aver ricordato i diversi lavoratori morti a causa dell’amianto usato nei tendoni e nei fondali del palcoscenico, ha ribadito che, nel “tempio” della lirica milanese appena rifatto con enormi esborsi di denaro pubblico, l’amianto è ancora presente.

Nelle conclusioni è stato ricordato, alla luce degli interventi fatti, che il nemico è in casa nostra: i padroni che, oltre a sfruttarci per anni, ci hanno avvelenato e che – ieri come oggi - tramite i loro governi, si assicurano l’impunità e la continuazione di un sistema sociale che è ricchezza per pochi e sfruttamento, miseria e morte per la maggioranza.

La giornata si è conclusa con una cena, per rinsaldare i legami di amicizia e solidarietà militante creati nel tempo con alcuni degli intervenuti, in particolare coi compagni di Bassano, con cui da anni ormai i lavoratori di Sesto condividono concretamente, partecipando gli uni alle iniziative degli altri e viceversa, la battaglia sulla difesa della salute.

 

 

Daniela Trollio

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