Convegno “Amianto, Legalità e Ambiente” - Broni (Pv), sabato 2 ottobre 2010

 

L’AVVELENAMENTO DEL TERRITORIO, GLI INFORTUNI E LE MORTI SUL LAVORO E DI LAVORO HANNO RESPONSABILITÀ PRECISE.
NON SONO MAI UNA FATALITÀ MA OMICIDI

 

Il nostro paese sta diventando un luogo di conquista per tutti coloro che fanno soldi sulla pelle degli esseri umani. Interi territori sono rovinati e avvelenati dall’inquinamento e l’interesse di pochi provoca gravi conseguenze sulla popolazione. Come lo scempio del territorio, anche gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono quasi sempre il risultato di una intensificazione dello sfruttamento, di ritmi di lavoro inumani che provocano condizioni di vita e di lavoro insicuro in ambienti insalubri, a contatto con sostanze nocive e cancerogene senza adeguate protezioni per i lavoratori.

In mancanza di serie e certe sanzioni, molti datori di lavoro, che si arricchiscono attraverso lo sfruttamento degli esseri umani, quando si verificano infortuni mortali parlano dei morti sul lavoro come di “tragedie imprevedibili”. Le chiamano “morti bianche”, come se i lavoratori assassinati fossero morti per caso, senza responsabilità di nessuno, arrivando in alcuni casi a sostenere che la causa degli infortuni sarebbe colpa della disattenzione degli operai stessi.

In Italia ci sono più di 800 mila invalidi del lavoro e 130 mila sono le vedove e gli orfani.

Secondo l’ILO (l’International Labour Office), ogni giorno muoiono nel mondo più di seimila persone per infortuni e malattie professionali.

Nonostante le campagne pubblicitarie, a livello mondiale il numero dei lavoratori morti per infortuni sul lavoro e malattie professionali è sempre da bollettino di guerra.

Le malattie professionali diluiscono le morti nel tempo: per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione, l’ILO stima che ogni anno perdano la vita circa 438.000 lavoratori, cifra senz’altro in difetto rispetto alla realtà.

L’amianto, in particolare, è responsabile della morte di 100.000 persone l’anno (più di 4.000 nella sola Italia), mentre la silicosi continua a colpire milioni di lavoratori e pensionati nel mondo.

Nella crisi si riducono i posti di lavoro, ci sono meno lavoratori occupati, ma non per questo diminuiscono i morti, gli infortuni o le malattie professionali.

Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati della coalizione occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni.

Anche le malattie professionali non tabellate sono in aumento: nel 2002 erano il 71%, nel 2006 sono arrivate all’83%, mentre l’istituto calcola in 200mila gli incidenti sommersi e non denunciati.

Di lavoro si continua a morire. Dai dati pubblicati da Art. 21 dall’inizio dell’anno al 30 settembre 2010 per lavoro ci sono stati: 784 morti, 784.574 infortuni e 19.614 invalidi.
Si stima che, dove c’è lavoro “nero”, 1 su 3 incidenti non vengano denunciati, e la percentuale sale ancor più fra gli immigrati.

 

Questi dati ci dicono che avremmo bisogno di prevenire gli “incidenti” con leggi, sanzioni e una medicina preventiva in grado di rintracciare le cause che producono malattie e morte e di eliminarli. Purtroppo questo non succede perché non è interesse della società del profitto. In questa società gli esseri umani sono trattati come merce, come cose e la natura stessa è ridotta a qualcosa da saccheggiare selvaggiamente; da qui la causa delle “catastrofi naturali” che di naturale non hanno niente.

Una società che ha il suo fondamento nella Costituzione Repubblicana, che all’art. 32 recita “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività”, arrivando a dichiarare che la stessa iniziativa privata - pur essendo libera

- “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 II comma cost.) richiederebbe delle leggi, un sistema sociale e una medicina veramente al servizio degli esseri umani per prevenire.

 

L’amianto come tutte le sostanze cancerogene provoca danni che sono all’origine di numerosi tumori. Non esistono soglie di sicurezza o di tolleranza alle sostanze cancerogene. L’esposizione alle fibre di amianto, non solo respirate, ma anche ingerite riduce l’aspettativa di vita, costringendo molte persone (lavoratori e cittadini) e le loro famiglie a vivere col terrore di ammalarsi.

Noi da anni ci battiamo per il rischio zero. Non possiamo accettare, sotto il ricatto del posto di lavoro, di rimetterci la salute e la vita, e ipotecare il futuro alle nuove generazioni inquinando il pianeta. I limiti legali imposti per legge alle sostanze cancerogene non danno alcuna garanzia alla tutela della salute. La salute è continuamente esposta a rischi. Lo vediamo con il continuo aumento dell’ inquinamento per polveri sottili e altre sostanze nelle nostre città e con il continuo superamento delle soglie.

La legge 257 del 1992 riconosce ai lavoratori che sono stati esposti all’amianto per almeno 10 anni e che hanno una aspettativa di vita minore (in media 7 anni) un risarcimento contributivo moltiplicando ogni anno per 1,5, permettendogli di andare in pensione un po’ prima, solo se hanno fatto la domanda entro il 15 giugno 2005. Si penalizza così chi è stato esposto alla sostanza cancerogena per 9 anni 11 mesi e 29 giorni e anche per un solo giorno non ha fatto i 10 anni.

Inoltre anche per chi ha i requisiti le procedure durano anni trascinandosi all’infinito

Perché l’INPS si nasconde dietro l’alibi offertogli dal mancato riconoscimento dell’INAIL dell’avvenuta esposizione all’amianto.

L’INAIL si muove sul territorio nazionale a macchia di leopardo e spesso ci prende in giro. In molti casi, nel passato, si è ben guardata dal far pagare alle aziende i contributi aggiuntivi previsti dalla legge (venendo meno ad un suo compito istituzionale) e oggi spesso usa il fatto che le aziende non li hanno pagate per dedurne che l’amianto non c’era e - anche quando risulta che le aziende li hanno pagate sfrutta tutti i cavilli per non riconoscere questo diritto ai lavoratori - così spesso al danno si aggiunge la beffa.

In molti casi l’INAIL si comporta come un’assicurazione privata trattando i lavoratori peggio di un’assicurazione d’auto, e per ridurre le spese ci tratta alla stregua di “carrozzerie” contestando i danni che abbiamo subito e così facendo, nasconde le responsabilità dei padroni che ce li hanno provocati.

Molti datori di lavoro, dopo avere sfruttato i lavoratori costringendoli a loro insaputa a lavorare con sostanze cancerogene, oggi grazie a istituzioni conniventi fanno subire loro anche l’affronto di non essere riconosciuti neanche come lavoratori usurati.

Inoltre, con lo scioglimento dell’ISPESL e il passaggio delle sue competenze all’INAIL, si apre un conflitto di interessi evidente: perché oggi ci troviamo al paradosso che l’INAIL è nello stesso tempo l’ente che deve accertare e riconoscere la malattia professionale e pagare la rendita.

 

Non possiamo accettare che i diritti sanciti nella Costituzione siano subordinati ai poteri forti e applicati solo se compatibili con essi. Non si può subordinare la salute e la vita umana alla logica del profitto, ai costi economici aziendali o ai bilanci dello stato. Senza rispetto per la vita umana, gli operai, i lavoratori continueranno a morire sul lavoro e di lavoro e le sostanze cancerogene presenti sul territorio, se non si eliminano, continueranno ad uccidere gli esseri umani e la natura.

 

 

Il Presidente

Michele Michelino

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