Amianto, dalle officine all'informatica

L'INCHIESTA (la repubblica, 23 novembre 2010)

Amianto, dalle officine all'informatica
la minaccia chiede ora il conto alla città

Ogni anno 30 nuovi casi di mesotelioma, E l''Asl lancia l'allarme: "Il fenomeno è in crescita"
Il problema ha colpito tutte le grandi imprese: in particolare quelle che operavano col calore

di DAVIDE CARLUCCI 

 

A febbraio la Milano che ha dato lavoro a migliaia di persone avrà due occasioni per farsi un esame di coscienza. Due udienze preliminari su due vicende diverse, ma entrambe emblematiche della strage silenziosa e discreta che l'amianto ha seminato in città. Una riguarda la ex Pirelli di viale Sarca: quarantuno vittime, di cui diciotto deceduti. E undici ex dirigenti indagati. Pochi giorni fa la Asl ha depositato l'ultimo rapporto di una serie, nel quale vengono riassunte tutte le relazioni che potrebbero inchiodare l'azienda. Si aggiungerà alle migliaia di pagine di atti che il gup Luigi Varanelli dovrà studiarsi per decidere se istruire o meno il processo.


E in un'altra udienza preliminare bisognerà decidere se rinviare a giudizio, come chiede il pm Giulio Benedetti, Renato Riverso, amministratore delegato della Ibm di Segrate dal 1982 al 1986, proprio gli anni in cui, secondo le indagini, un suo dipendente si sarebbe ammalato a causa della presenza di fibre d'amianto nella reception e perfino in mensa, fino a morirne nel 2006. Il manifatturiero e l'informatica: ecco i due volti, così diversi, dell'industria segnata dalle morti da asbesto.

Ha un senso, nell'ottica della giustizia, risalire così indietro nel tempo e richiamare i manager di un tempo alle loro responsabilità? "Io mi sento tranquillissimo - replica Gianfranco Bellingeri, amministratore delegato della Pirelli tra il 1984 e il 1982, oggi sindaco di un paesino in Piemonte e fra gli imputati nell'udienza preliminare - perché so che da quando il talco d'amianto è stato inserito tra le sostanze da bandire, noi abbiamo cessato di utilizzarlo. Quando noi eravamo dirigenti non c'era mai stato neanche il sentore che stessimo facendo qualcosa contro la legge". Per anni questa linea ha vinto, nei processi istruiti a Milano. Grazie anche a una scuola di pensiero accademico che ha condizionato spesso l'opinione dei magistrati: l'impostazione di Girolamo Chiappino, fino a poco tempo fa direttore della Clinica del lavoro di Milano ma anche consulente di aziende e multinazionali.

Una sua celebre perizia, pubblicata poi sotto forma di articolo, ha fatto scuola ed è stata verbo per i suoi allievi: si sostiene, in pratica, che è sufficiente l'inalazione di una fibra perché s'inneschi il tumore. Ne consegue che per risalire al responsabile penale dell'omicidio colposo bisogna risalire molto indietro nel tempo, troppo per trovare un datore di lavoro ancora in vita. Il secondo caposaldo è che solo le fibre ultrafini riescono a raggiungere la pleura provocando il cancro. Anche volendo, dunque, nessun aspiratore o altra misura messa in campo dal datore di lavoro avrebbe potuto evitare l'evento fatale. Una teoria da qualcuno considerata "negazionista" che contrasta però con gli studi internazionali come quelli dell'agenzia americana Nioh, secondo cui più fibre si depositano nei polmoni e più c'è la possibilità che in un singolo individuo o in un gruppo di lavoratori si realizzino gli effetti cancerogeni. Ovvero: sono le esposizioni prolungate nel tempo a provocare i tumori da amianto. Questa tesi è risultata spesso vincente a Torino nei processi intentati dal pm Guariniello.

Sul versante opposto, ad altri studiosi, come il docente torinese di patologia ambientale Giancarlo Ugazio, si rifanno invece gli attivisti del comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e del territorio che a Sesto San Giovanni, guidati da Michele Michelino, estendono l'allarme sull'amianto ormai ben oltre i confini delle fabbriche: i rischi, sostengono, potrebbero riguardare anche l'amianto ingerito attraverso l'acqua che scorre nelle tubature degli acquedotti vecchi (il caso non riguarda Milano città ma alcuni comuni a Nord).

Ma per ora la procura indaga sugli stabilimenti: "A Milano registriamo ormai trenta casi di mesotelioma all'anno e il dato sembra in crescita - spiega Susanna Cantoni, direttrice del dipartimento di prevenzione medica dell'Asl di Milano - i casi più significativi riguardano tutte le realtà in cui l'amianto veniva usato come coibentante del calore per le lavorazioni. Ciò avveniva nell'industria chimica, in quella della gomma e nel settore metalmeccanico". Dalla Faema alla Symbial, dall'Italtel di Milano all'Enel di Turbigo, l'elenco delle aziende su cui la procura di Milano ha aperto fascicoli d'indagine è ormai lunghissimo. E, visto il clima mutato, potrebbe allungarsi nei prossimi mesi. 
 
 

 

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