MORTI SUL LAVORO E DI LAVORO.

OPERAI E PADRONI: CONTINUA LA GUERRA DI CLASSE.

Nel mese di marzo 2011 l’Inail ha reso noto i dati sui morti sul lavoro. Dai dati risulta che nel 2010 ci sono state 980 vittime, e che la soglia scende sotto le mille unità l’anno. Gli “incidenti” si attestano a quota 775mila: 15mila in meno rispetto all’anno precedente (-1,9%). I dati sarebbero frutto di “elaborazioni condotte attraverso criteri statistici previsionali sulla base di dati amministrativi rilevati dagli archivi gestionali dell’ente che tuttavia hanno ancora un carattere ufficioso”. Intanto dall’inizio dell’anno ad ora (secondo Associazione art. 21) per lavoro ci sono stati 255 morti, 6.378 invalidi e 255.144 infortuni.

Anche prendendo per buoni i dati INAIL, non c’è affatto da esserne soddisfatti.

Il governo - dopo aver depenalizzato i reati sulla sicurezza nei posti di lavoro colpendoli con una semplice misura economica - con Confindustria sta facendo una campagna strombazzando che in Italia i dati INAIL mostrano una riduzione dei morti e degli infortuni e sostenendo che nel 2011 saremmo ai minimi storici dal dopoguerra.

 

Ognuno legge i dati a seconda dei propri interessi e come si sa le bugie hanno le gambe corte e non ci vuole molto a dimostrarlo. Negli ultimi due anni - a causa della crisi economica e finanziaria- si sono persi due milioni di posti di lavoro, cosa di cui nessuno tiene conto nel calcolo fra occupati e infortuni sul lavoro, e incrociando il dato degli infortuni con il calo dei posti di lavoro, ore di cassa integrazione ed altri ammortizzatori sociali, chiunque può capire che non solo non esiste in percentuale una diminuzione dei morti e degli infortuni, ma che si registra un aumento di circa il 20 % rispetto al 2010.

Tutti i governi succedutesi alla guida del paese, le forze politiche e sindacali hanno sempre accettato come un fatto inevitabile che ci fossero morti sul lavoro, considerandoli una fatalità. Imprenditori, uomini politici, sindacalisti, amministratori pubblici, Istituzioni, cioè lo stato, continuano tuttora a ritenere normale che gli operai rischino la pelle sui posti di lavoro, che dei lavoratori, dei cittadini siano esposti a sostanze nocive e cancerogene, limitandosi a stabilire limiti di legge che nulla hanno a che vedere con le soglie di sicurezza. Invece di battersi per il rischio zero, intervenendo sulle produzioni di morte, lo stato, in quanto rappresentante degli interessi dei capitalisti, degli industriali e della grande finanza, in nome e a tutela del profitto, accetta che gli operai continuino a morire e contrarre gravi malattie a causa del lavoro.
Il Governo Berlusconi, a parte le campagne di immagine sulla sicurezza, non ha fatto e non fa nulla per frenare questa mattanza di lavoratori, questa “strage silenziosa”. Invece di inasprire le pene contro gli assassini per dissuaderli, ha ridotto le sanzioni contro i padroni e i dirigenti delle aziende che non rispettano le norme sulla sicurezza. Il D.l.g.s. 106/09, approvato il 3 agosto 2009, ha dimezzato le sanzioni a carico dei “datori di lavoro” e dei dirigenti sostituendo il carcere, formalmente previsto in alcuni casi, con una semplice ammenda. Non si è mai visto in Italia (paese capitalista) un padrone andare in galera per avere compiuto una strage di lavoratori. Anche quando, raramente, vengono condannati se la cavano sempre: in questo modo lo stato concede ai padroni e ai loro tirapiedi l’impunità e la licenza di uccidere.

Nella società capitalista l’operaio è considerato semplicemente merce, forza-lavoro, capitale variabile, e può essere rimpiazzato con facilità pescando manodopera dall’esercito di riserva dei proletari disoccupati. In Italia avviene in media un incidente mortale ogni 8 ore, 3 al giorno, (a parte le morti di gruppo) e tutto questo avviene generalmente nell’indifferenza più totale.

Gli operai, i lavoratori sacrificati sull’altare del profitto continuano a produrre la ricchezza da cui sono totalmente esclusi. Chi lavora fa la fame e chi sfrutta il lavoro altrui e non lavora si arricchisce sulla nostra pelle. Nella crisi aumenta la guerra fra i poveri e i primi costi che padroni tagliano, considerandoli improduttivi, sono quelli della sicurezza. Dove più forte è il ricatto, la paura di perdere il lavoro o non vedersi rinnovato il proprio contratto, peggiori sono le condizioni di sicurezza a cui i capitalisti costringono a lavorare gli operai. Sul lavoro e per il lavoro si muore in tutti settori, nei cantieri, nelle campagne, nelle fabbriche; ovunque in nome dell’aumento della produttività e del profitto, si costringono lavoratori in età avanzata a lavorare sui tetti (come nell’edilizia) o a ritmi massacranti e insostenibili (come nel caso della FIAT di Pomigliano e Mirafiori con turni che arrivano fino a 10 ore con 20 minuti di pausa, senza pagamento dei primi giorni di malattia e negando il diritto di sciopero).


Si muore ancor più facilmente se si è lavoratori immigrati, sotto perenne ricatto, costretti ad accettare per un tozzo di pane condizioni di lavoro inumane nelle fabbriche, nei cantieri e nelle campagne, super sfruttati, costretti in alcuni casi (come a Rosarno) a lavorare a 20-25 € per 12 ore al giorno senza vitto né alloggio, dormendo in topaie che anche un animale rifiuterebbe.

Nella società capitalista gli operai non sono altro che schiavi salariati e lo stato Italiano (rappresentante della classe borghese) tratta gli operai come cittadini di serie B.

L’umanità di una società si misura da come questa tratta i suoi cittadini e le categorie più deboli, cioè i malati, gli operai, gli anziani, le donne, i bambini, e più in generale gli esseri umani e se giudichiamo il governo da questo punto di vista dobbiamo riconoscere che l’umanità per i borghesi è decisa dal portafoglio, dagli interessi della loro classe.

 

Quindi come si può dare credito al governo italiano e ai governi imperialisti quando parlano di “diritti umani”, quando trattano gli immigrati peggio delle bestie, quando fanno le guerre “umanitarie” e in nome della difesa dei civili, bombardano i civili con bombe all’uranio impoverito?


Meraviglie del linguaggio: ci sono guerre “dichiarate”, guerre “umanitarie” e guerre che non si dichiarano e non si vedono, come quella del capitale contro i lavoratori, una guerra di classe in tempo di “pace”, i cui morti e feriti entrano solo nelle statistiche degli “incidenti” sul lavoro.

 

 

Michele Michelino                                                      

                                                                                                             Sesto San Giovanni 30 marzo 2011

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