PIU' MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI SEI MESI DELL'ANNO

Di lavoro si continua a morire.

di Michele Michelino

 

Nel Rapporto annuale Inail 2010 presentato nel mese di luglio a Montecitorio con grande enfasi Il presidente Inail Marco Fabio Sartori ha dichiarato: "Per la prima volta dal dopoguerra, nel 2010, la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i mille casi-anno. Dopo il calo record di infortuni del 2009, in parte dovuto agli effetti della difficile congiuntura economica, il 2010 ha registrato un'ulteriore contrazione di 15.000 denunce (per un totale di 775.000 complessive) a conferma del miglioramento ormai strutturale dell'andamento infortunistico in Italia". Dai dati risulta che i morti sul lavoro nel 2010 sono stati 980 rispetto agli 1.053 del 2009, con un calo del 6,9%. La diminuzione degli infortuni e dei morti sul lavoro non può che rallegrarci, tuttavia ci permettiamo di fare alcune osservazioni e considerazioni

Per la crisi economica si sono persi circa due milioni di posti di lavoro; le condizioni di vita e di lavoro sono peggiorate per gli operai e per tutti i lavoratori. Ogni giorno riceviamo segnalazioni e denunce da parte di operai su diversi “datori di lavoro” che non rispettano le regole e, per essere più competitivi, risparmiano sulla sicurezza facendo aumentare i rischi d’incidenti per i lavoratori.

Con il ricatto della perdita del posto di lavoro, alcune aziende costringono il personale che s’infortuna a mettersi in malattia per non vedersi aumentare i contributi assicurativi dall’Inail. Questo vale per tutti, ma in particolare per i lavoratori italiani e stranieri con contratti atipici e spesso in nero. Nonostante l’enfasi del presidente dell’Inail, fatta propria dal governo e dalla Confindustria, il calo degli infortuni non è avvenuto per i lavoratori stranieri e le donne.

A fronte di un numero di stranieri assicurati all’Inali stabile, il 2010 è stato peggiore del precedente (dai 119.240 infortuni del 2009 ai 120.135 del 2010, + 0,8%).

In crescita anche gli infortuni delle donne che registrano un aumento dello 0,4% tra i 245mila incidenti avvenuti, a fronte dei 244 mila dell’anno precedente. Sette le vittime lavoratrici in più: da 72 si è passati a 79 decessi, (compresi quelli in itinere), con un incremento percentuale del 9,7%.

 

Morti sul lavoro dall’inizio dell’anno al 21 luglio

 

La situazione è peggiorata ulteriormente nei primi mesi del 2011.

 

Secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna sulle morti per infortuni sul lavoro, dall’inizio dell’anno “ci sono stati 345 morti per infortuni sui luoghi di lavoro, ma si arriva a contarne oltre 650 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade e in itenere. Erano 292 sui luoghi di lavoro il 21 luglio del 2010. L’aumento è del 14,8%”.

 

A fronte di un calo generale degli infortuni c‘è stato un forte aumento delle malattie professionali, un dramma sempre troppo sottovalutato che ogni anno fanno centinaia di morti.

Per l’anno 2010, c’è un nuovo record delle malattie professionali: +22 per cento, pari a 42.347 denunce, 7.500 circa in più rispetto al 2009 e oltre 15mila rispetto al 2006, +58 per cento.

Tuttavia la cosa più grave e di cui nessuno parla (né i partiti, né i sindacati) è il «tesoretto» Inail, derivante dagli avanzi di bilancio, che ammonta a circa 15 miliardi di euro, con un accumulo di circa di 2 miliardi di euro ogni anno, fondi dei lavoratori che sono usati non per le vittime degli infortuni, ma per altri scopi.

 L'Italia, Repubblica democratica, “fondata sul lavoro” all’art. 32 , stabilisce che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, tuttavia molti lavoratori escono al mattino per guadagnarsi un tozzo di pane per sé e per le proprie famiglie e non sanno se la sera rientreranno sani, neanche fossimo in guerra. 

Davanti ai morti sul lavoro la retorica è sempre la stessa.

Incidente sul lavoro, tragica fatalità, disattenzione, morti bianche, imprudenza, mancata percezione del pericolo: queste sono le parole con cui gli imprenditori, le istituzioni e i mass-media commentano gli omicidi compiuti sui posti di lavoro. E’ inaccettabile che, nella nostra società moderna, la realizzazione del massimo profitto venga prima della salvaguardia della salute e della vita umana. E’ mostruoso che sia considerato normale il fatto che ogni anno mille lavoratori siano sacrificati in nome del dio denaro e muoiano. E’ aberrante che ci accontenti di limitare e contenere la scia di sangue che conta centinaia di migliaia di lavoratori infortunati (mentre decine di migliaia rimangano invalidi permanenti).

 

Dietro le crude cifre ci sono degli esseri umani, con le loro famiglie e i loro affetti. Uno stato, una società può considerarsi civile se tratta civilmente i suoi cittadini, a partire dagli operai e dai lavoratori che producono la ricchezza, se tratta con civiltà donne, bambini e anziani. L’obiettivo di una società civile deve essere quello di perseguire il rischio zero per chi lavora, tendere a ridurre a zero i morti sul lavoro. Non possiamo accontentarci o rallegrarci perché, per la prima volta dal dopoguerra, nel 2010, la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i mille casi-anno, anche perché questo non è un effetto prodotto dalle misure adottate dal governo e dagli industriali sui posti di lavoro, ma un effetto collaterale della crisi economica, che ha espulso centinaia di migliaia di lavoratori dalla produzione e dai luoghi di lavoro.

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