Thyssenkrupp: le motivazioni della sentenza di condanna dei dirigenti

 

 

Quattro anni fa morivano 7 operai alla ThyssenKrupp di Torino: 4 bruciati vivi, altri 3 dopo giorni di terribile agonia. Nella fabbrica in smobilitazione della multinazionale tedesca il padrone, con la complicità dei sindacati confederali, aveva imposto turni di lavoro di 12 ore. Alcuni degli operai uccisi lavoravano con più di 4 ore di straordinario alle spalle. Così ThyssenKrupp incrementava i propri profitti risparmiando sulla manutenzione e sulla sicurezza.

Il 14 novembre sono state depositate le 500 pagine (circa) con le motivazioni della sentenza del processo Thyssenkrupp relativo alla morte dei sette operai avvenuta nella notte del 6 dicembre 2007.

 

La sentenza aveva condannato l'amministratore delegato Herald Espenhahn a 16 anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario e altri 5 dirigenti, e ora dopo sette mesi dal verdetto di condanna, vengono esplicitate le motivazioni: Espenhahn avrebbe “omesso qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ nello stabilimento”.

 

Per la Corte d’Assise di Torino, “Espenhahn era perfettamente informato e pienamente consapevole del processo di lavorazione sulla linea 5”. I giudici hanno riconosciuto anche due attenuanti a favore di Espenhahn. La prima è rappresentata dagli indennizzi ai familiari degli operai deceduti e la seconda di aver ammesso la propria colpevolezza in merito alla “decisione di non effettuare alcun intervento di fire prevention”.

Il datore di lavoro, dunque, secondo i giudici, era consapevole del fatto che un intervento simile andava effettuato sulla linea 5 e sulle modalità di lavoro messe in atto su quel tratto, del combustibile e delle sorgenti di innesco sulla stessa linea 5, spesso soggetta a incendi di diversa entità. Espenhann pensava che su quella linea non potesse avvenire un incidente di grossa portata e che, seppure fosse accaduto, sarebbe stato domato attraverso l’impianto antincendio e grazie alla capacità degli operai di tenere sotto controllo la situazione, qualora si fosse presentata.

La Corte d'Assise di Torino lo scorso aprile, oltre ad Espenhahn giudicato colpevole del reato più grave, ha condannato per omicidio colposo con colpa cosciente, incendio e rimozione delle misure di sicurezza altri dirigenti:
- i membri del board Marco Pucci e Gerald Priegnitz
- il responsabile della sicurezza Raffaele Salerno
- il capo dello stabilimento Cosimo Cafueri
(a 13 anni e sei mesi per ciascuno)
e
- il dirigente Daniele Moroni (10 anni e 10 mesi).

La società Thyssen è stata a sua volta sanzionata con la condanna a pagare un milione di euro, a una confisca di 800mila euro, all'esclusione da agevolazioni e finanziamenti pubblici per 6 mesi.
Questa volta, anche se tardiva, la giustizia ha fatto pendere la bilancia dalla parte delle vittime condannando in primo grado i colpevoli.

I morti sul lavoro non sono semplici numeri, dietro i morti sul lavoro e di lavoro per malattie professionali ci sono gli affetti e il dolore di mogli, madri, figli, sorelle e fratelli e in questo momento il nostro pensiero va alle vittime a alle famiglie che hanno perso i loro cari.

Per questo non possiamo dimenticare l’accoglienza trionfale con applausi scroscianti con cui gli industriali hanno accolto i dirigenti assassini al convegno di Confindustria del 7 maggio 2011 a Bergamo.

Gli applausi del direttivo di Confindustria ai dirigenti della ThyssenKrupp, hanno portato allo scoperto l’ipocrisia che si nasconde sempre dietro alle lacrime di coccodrillo degli industriali. La stessa leader degli industriali Emma Marcegaglia, durante il suo intervento di chiusura al convegno di Bergamo aveva sottolineato: "consideriamo una condanna a sedici anni per omicidio volontario un unicum in Europa: se dovesse prevalere una cosa di questo tipo, credo che potrebbe allontanare investimenti esteri dall'Italia, ma anche mettere a repentaglio la sopravvivenza del nostro sistema industriale". Oggi come ieri nelle fabbriche , nei cantieri e nei luoghi di lavoro si continua a morire perché la logica del profitto viene messa prima della sicurezza. Nonostante decenni di lotte e sensibilizzazione nei confronti della tutela dei diritti dei lavoratori, nulla è cambiato. O, meglio, è cambiato in peggio e si continua a morire come 50 o 100 anni fa.

 

I morti sul lavoro non sono mai una fatalità: sono il risultato dello sfruttamento e delle mancate misure di sicurezza, il costo pagato dagli operai alla realizzazione del profitto.

 

Che le cose vadano sempre peggio sul versante della sicurezza nei luoghi di lavoro lo conferma anche il P.M. Raffaele Guariniello che in una intervista a Rino Pavanello afferma: Tra tanti fatti positivi, fa ancor più spicco un fatto negativo che mi permetto di segnalare anche al Governo.
La scadenza del 31 dicembre 2011 si avvicina inesorabilmente: nell’ambito del nostro Gruppo chiamato ad occuparsi di infortuni, malattie professionali, disastri, sei Sostituti dovranno cambiare gruppo nell’immediato, un settimo poco più in là nel tempo.
Per l’anno prossimo ci attendono impegni molteplici e severi. Basti pensare ad alcune scadenze incombenti: le fasi successive di Eternit, Thyssen, Darwin; i tanti procedimenti penali che coinvolgono i tumori professionali. Per di più, uno strumento unico come l’Osservatorio sui cancri occupazionali realizzato presso la nostra Procura continua a far emergere realtà aziendali caratterizzate da allarmanti epidemie tumorali (globalmente, ad oggi, abbiamo dovuto svolgere indagini notoriamente complesse e laboriose su 25.632 casi di tumore).
In questa prospettiva, il nostro Gruppo rischia di subire un collasso.
Sono immaginabili le conseguenze dirompenti prodotte dal previsto ricambio di Sostituti.”

 

 

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

 

Sesto San Giovanni,16 novembre 2011

 

Mail: cip.mi@tiscali.it     http://comitatodifesasalutessg.jimdo.com

 

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