ILVA TARANTO

Pubblichiamo le motivazioni del Tribunale di Taranto – Sezione Feriale – in funzione di Giudice del Riesame e un articolo del quotidiano La Stampa che lo commenta.

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ILVA, DUBBI SUI RILIEVI. "INQUINARE FU UNA SCELTA. DISASTRO RISOLVIBILE CON MISURE IMPONENTI"

Lunedì, 20 agosto 2012 - 14:39:00

 

di Paolo Fiore e Lorenzo Lamperti

"Non sono esistenti, per l'attività produttiva d'impresa, interessi che possano bilanciare e legittimare una compromissione del superiore interesse della pubblica incolumità". Il tribunale del Riesame conferma l'anticipazione di Affaritaliani.it: "La chiusura dell'impianto non è l'unica strada perseguibile". Ma accusa: "Inquinare fu una scelta" e impone "l'interruzione della catena dei reati". La produzione potrà continuare solo se resa ecocompatibile: "Adeguamento ineludibile, necessarie misure imponenti".

Secondo il Riesame, l'attività criminosa non è confinata al passato ma è "ancora in atto" e sugli indagati "sussistono gravi indizi di colpevolezza". Le emissioni di polveri si verificano "in maniera incontrollata". Dubbi sui rilievi: "Quasi tutte le misurazioni prese in considerazione dai periti derivano da controlli effettuati dalla stessa Ilva, sulla cui bontà appare lecito nutrire qualche dubbio". E sulla presunta "mazzetta" al professor Liberti: "L'episodio rilevato dal gip si inserisce nell'ambito di una precisa politica aziendale". In una telefonata Fabio Riva dice al padre di aver visto la perizia prima che fosse depositata: "Va tutto bene".

LE MOTIVAZIONI DEL RIESAME

Il Riesame, nelle motivazioni depositate lo scorso 7 agosto, conferma le conclusioni del gip Patrizia Todisco, ottenute con "estremo rigore metodologico". Fiducia anche nelle conclusioni delle perizie, le cui conclusioni godono secondo i giudici del Riesame di "piena attendibilità".

"EMISSIONI INCONTROLLATE" - Secondo il Riesame, "è indubitabile che le emissioni di polveri si verifichino, in quantità anche notevole, in maniera sostanzialmente incontrollata. (...) Le denunce espongono in maniera dettagliata i danni riportati dalle strutture dei singoli immobili, evidenziando la situazione di grande degrado urbanistico/architettonico in cui versano gli edifici a causa della costante aggressione da parte degli agenti inquinanti: tutte le facciate risultano notevolmente imbrattate da una coltre di polvere di colore che va dal rossastro (ruggine) al rosso scuro per la presenza anche di polveri grigiastre che pervadono tutte le superfici".

"INQUINAMENTO ATTUALE E IN CORSO" - L'"ingiustificata e intollerabile immissione di polveri", si legge nell'ordinanza è "proseguita anche negli anni successivi" alle sentenze del 2002 che accertavano l'esistenza di emissioni irregolari. "Si pone un problema non tanto di superamento dei limiti di legge o del decreto AIA relativamente alle emissioni convogliate, bensì di emissioni diffuse e fuggitive non controllate e non correttamente stimate di polveri e sostanze inquinanti, in contrasto" con il "criterio della normale tollerabilità". "I campionamenti condotti dai vari enti e soggetti interessati" scrivono i giudici, "hanno chiarito, in modo inequivocabile, come l'inquinamento derivante dallo stabilimento Ilva sia attuale ed in corso". Cade la difesa che voleva attribuire la responsabilità dell'attività inquinante alla gestione pubblica precedente all'arrivo di Riva. "Non è pensabile che la tipologia di emissioni", protrattasi dal 1995, "non abbia determinato alcun inquinamento che invece dovrebbe essere ricondotto, secondo la prospettazione difensiva, esclusivamente alla passata gestione".

"SLOPPING, DANNOSA ABITUDINE" - Tra le operazioni più rischiose per l'ambiente, il Riesame cita lo slopping, vale a dire la fuoriuscita di ossido di ferro durante le colate di acciaio. Un'attività che "non può che avere carattere eccezionale e può (deve) essere, se non assolutamente scongiurato, contenuto nel minimo in un corretto processo di affinazione della ghisa. Nello stabilimento Ilva di Taranto, tuttavia, il verificarsi di questo fenomeno è stato osservato con preoccupante frequenza e numerosità di eventi". Infatti, "è proprio il normale ciclo di produzione dell'area Acciaieria dello stabilimento Ilva di Taranto ad apparire assolutamente inadeguato rispetto ai profili emissivi indicati nel documento tecnico noto come BRef".

"DANNI ALLE AZIENDE LOCALI" - "La gravissima compromissione ambientale", si legge, consiste "nella contaminazione di una vasta area di terreno compresa tra i territori dei Comuni di Statte e Taranto, che ha comportato ingenti danni economici alle locali aziende zootecniche, ma soprattutto ha creato una situazione di grave pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone, è stata causata dall'attività inquinante dell'Ilva".

"ILVA, FONTE PRIMARIA, SE NON ESCLUSIVA, DI INQUINAMENTO" - "Fonte decisiva, preponderante, se non pressoché esclusiva, dell'inquinamento ambientale dell'area di Taranto" secondo il Riesame è "proprio lo stabilimento siderurgico Ilva che per condizioni degli impianti e concrete modalità di attuazione delle lavorazioni del ciclo produttivo, sconfina manifestamente dai parametri normativi e tecnici individuati per la salvaguardia ambientale e, in definitiva, per la gestione ecosostenibile di attività produttive ad alto rischio quali la siderurgia".

"DISASTRO DELIBERATA SCELTA DELLA PROPRIETA'" - Arriva poi il passaggio forse più duro sui vertici dell'Ilva: "Un disastro ambientale che si atteggia ad evento dannoso e pericoloso per la pubblica incolumità, determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell'Ilva". Ricorda il Riesame che "non sono esistenti, per l'attività produttiva d'impresa, interessi che possano bilanciare e legittimare una compromissione del superiore interesse della pubblica incolumità". Ma l'azienda si è mossa in direzione opposta: "E' indubbio che gli indagati fossero consapevoli che dall'attività del siderurgico si sprigionassero sostanze tossiche nocive alla salute umana ed animale". Ma "nessun intervento è stato posto in essere dai dirigenti Ilva, nel corso degli anni di attività del siderurgico sotto la gestione privata, per eliminare, o almeno diminuire, la dispersione di quelle polveri contenenti i micidiali inquinanti che hanno contaminato (avvelenato) l'ambiente in cui le dette aziende operavano". "La politica aziendale dell'Ilva", secondo i giudici è stata "dettata da una precisa scelta della proprietà di non risolvere le annose criticità dello stabilimento di Taranto".

IL DOMINUS: EMILIO RIVA - Emilio Riva è "il vero dominus del gruppo" ed era, secondo il Riesame, "perfettamente al corrente di tutte le gravi lacune e disfunzioni che caratterizzavano lo stabilimento a livello di prestazioni ambientali". Neppure il figlio Nicola ha mai "adottato iniziative o impartito disposizioni tese a scongiurare la reiterazione dei gravi illeciti".

"NESSUN DUBBIO SU CAPOGROSSO" -Molto duri giudici sul direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, il cui comportamento è stato "sicuramente delittuoso". Addirittura "non sussistono dubbi dell'elemento oggettivo e soggettivo dei reati a lui ascritti".

"RISCHIO DI INQUINAMENTO DELLE PROVE" - Le esigenze di custodia cautelare sono confermate non tanto per un pericolo di fuga, quanto per "il pericolo che in tale contesto possano essere poste in essere da parte dell'Ilva s.p.a. (...) iniziative tese ad avvicinare, con finalità di subornazione in senso lato, persone a vario titolo informate sui fatti".

"PRESSIONI, UNA POLITICA AZIENDALE" - A proposito della famosa "mazzetta" girata da Archinà al professor Lorenzo Liberti, il Riesame scrive che "tale appuntamento è coevo alla registrazione nella contabilità della società della somma di diecimila euro sotto la causale 'erogazione liberali-omaggi e regalìe' e precede di pochi mesi il deposito di una relazione di consulenza integrativa svolta dai consulenti tecnici, prof. Liberti compreso". Si legge: "L'episodio rilevato dal gip si inserisce nell'ambito di una precisa politica aziendale, sostanzialmente volta a far elidere o quanto meno mitigare le responsabilità penali addebitabili ai proprietari e dirigenti Ilva per le attività inquinanti". Si evince quindi che "non sia stato frutto di una estemporanea decisione e che i vertici aziendali fossero pienamente consapevoli delle azioni del proprio dirigente".

LE INTERCETTAZIONI - In una telefonata del 28 giugno 2010 tra Fabio Riva e il padre Emilio, secondo il Riesame si evince che "il primo aveva visionato in anteprima una bozza della perizia tecnica del Liberti ed era convinto che la questione diossina si stesse sgonfiando ("la perizia tecnica sembrava andasse tutto bene")". Attività "finalizzate ad incidere anche tramite gravi illeciti sui procedimenti amministrativi e giudiziari".

MISURAZIONI FASULLE? - Il Riesame avanza profondi dubbi anche sui rilievi, molti dei quali effettuati dalla stessa azienda: "Non può non rilevarsi che quasi tutte le misurazioni prese in considerazione dai periti derivano da controlli effettuati dalla stessa Ilva, sulla cui bontà appare lecito nutrire qualche dubbio".

"SEQUESTRO PER EVITARE IL PERICOLO" -  Secondo i giudici, "l'unico modo per evitare gli effetti di pericolo e danno già accertati è quello di impedire la tipologia di emissioni convogliate e soprattutto diffuse-fuggitive incontrollate e intollerabili per la salute umana, vegetale ed animale". E "tale risultato può essere raggiunto esclusivamente con il sequestro preventivo delle predette aree, attuato nei tempi tecnici necessari ad evitare pericoli alla sicurezza delle persone e dell'ambiente che potrebbero derivare da errate manovre sugli impianti e secondo la finalità che verranno appresso indicate, nella parte relativa alla custodia dei beni".

"NECESSARIA LA TEMPESTIVA MESSA A NORMA" -  Per il Riesame è necessario "un intervento tempestivo in ordine alla messa a norma dello stabilimento (...).Va dunque condiviso pienamente quanto osservato dal gip". Il Riesame conferma "l'immediata adozione del sequestro preventivo - senza facoltà d'uso - delle aree e degli impianti", anche se "s'impone la modifica del dispositivo del decreto impugnato nella parte in cui dispone che i custodi - amministratori avviino 'immediatamente le procedure tecniche e di sicurezza per il blocco degli impianti'". E ricordano che "l'obiettivo da perseguire è uno ed uno solo, ovvero sia il raggiungimento, il più celermente possibile, del risanamento ambientale e l'interruzione delle attività inquinanti".

"SPEGNIMENTO SOLO UNA DELLE SCELTE POSSIBILI" - Il Riesame entra nel merito del possibile blocco del ciclo produttivo: "Non è compito del tribunale stabilire se e come occorra intervenire nel ciclo produttivo o, semplicemente, se occorra fermare gli impianti, trattandosi di decisione che dovrà necessariamente essere assunta sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi (...) Per questo lo spegnimento degli impianti rappresenta, allo stato, solo una delle scelte tecniche possibili (...) In nessuna parte della perizia e, del resto, in nessuna parte del provvedimento del gip si legge che l'unica strada perseguibile al fine di raggiungere le cessazioni delle emissioni inquinanti, unico obiettivo che il sequestro preventivo si prefigge, sia quella della chiusura dello stabilimento e della cessazione dell'attività produttiva (...) Né va taciuto che la possibilità di una futura ripresa a fini produttivi della funzionalità degli impianti, per quanto emerso, potrebbe essere irrimediabilmente compromessa".

 

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