ILVA: MOTIVAZIONI DELLA CASSAZIONE

Ilva, "Il disastro ambientale è riconducibile ai Riva"

La Cassazione conferma

gli arresti dei padroni.

 

di Michele Michelino (*)

 

La mobilitazione dei lavoratori e dei cittadini contro la fabbrica di morte e lo sfruttamento capitalista che distrugge le vite degli operai e degli abitanti della città ha dimostrato che anche in una società capitalista che mette al primo posto il profitto, organizzandosi in modo indipendente dal padrone e dai suoi servi, sui propri interessi di classe è possibile lottare contro la nocività in fabbrica, per rivendicare il posto di lavoro e la salute.  

Dopo le prime mobilitazioni reazionarie organizzate dal padrone e dai sindacati collaborazionisti Fim-Cisl. Fiom-Cgil. Uilm-Uil. a difesa dello sfruttamento operaio e della fabbrica che inquina e uccide così com’e, la presa di coscienza in gruppi sempre più numerosi di operai e la saldatura fra il movimento operaio e le manifestazioni popolari organizzate dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti ha pesato anche sulle istituzioni ”democratiche” a cominciare dalla magistratura.

Nonostante il comitato d’affari della borghesia pro tempore (il governo Monti con il ministero dell’Ambiente) abbia concesso al padrone attraverso l’AIA (autorizzazione integrata ambientale) di continuare a produrre e inquinare per tre anni, il 4 aprile la Suprema Corte ha reso note le motivazioni con cui ha convalidato il 16 gennaio scorso gli arresti domiciliari ai padroni Emilio e Nicola Riva e all'ex direttore dello stabilimento di Taranto Capogrosso. Per la Cassazione gli imputati conoscevano i rischi ma hanno perseverato nel disastro ambientale. L’Ilva di Taranto è di proprietà del gruppo Riva, quindi i padroni sono colpevoli, secondo la prima Sezione Penale.

Per la Corte "il disastro ambientale" nella vicenda dell'Ilva di Taranto "era certamente riconducibile anche alla gestione successiva al 1995, quando è subentrato il gruppo Riva nella proprietà e nella gestione dello stabilimento siderurgico e che gli accertamenti effettuati hanno chiarito che l'inquinamento è attuale".

 

In particolare la Suprema Corte, nelle motivazioni contenute nella sentenza 15667, sottolinea come il Tribunale del Riesame di Taranto, il 7 agosto 2012, abbia evidenziato, "la pervicacia e la spregiudicatezza dimostrata da Emilio Riva e dal Capogrosso, ma anche da Nicola Riva, succeduto alla presidenza del Consiglio di amministrazione in continuità con il padre, che hanno dato prova, nei rispettivi ruoli, di perseverare nelle condotte delittuose, nonostante la consapevolezza della gravissima offensività per la comunità e per i lavoratori delle condotte stesse e delle loro conseguenze penali e ad onta del susseguirsi di pronunce amministrative e giudiziarie che avevano già evidenziato il grave problema ambientale creato dalle immissioni dell'industria".

 

Quanto al pericolo di reiterazione del reato, la Cassazione segnala che il parere positivo espresso dal Tribunale è "coerente e non è contraddetto né dalla circostanza che gli impianti sono stati sottoposti a sequestro preventivo, né dal venir meno delle cariche degli indagati nell'azienda".

Del resto, fa notare la Cassazione, "i Riva, pur non avendo più cariche, hanno tuttora la proprietà dell'azienda con quel che ne consegue in termini di interesse in ordine alle sorti dello stabilimento; inoltre, sono titolari del gruppo Riva".

 

Stesso discorso vale per l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso "tuttora dipendente dell'Ilva e del quale il Tribunale ha compiutamente evidenziato la gravità e la reiterazione delle condotte e la piena condivisione delle scelte aziendali consolidate negli anni".

La Cassazione - nelle motivazioni - scrive anche che "è risultato che le concrete modalità di gestione dello stabilimento siderurgico dell'Ilva hanno determinato la contaminazione di terreni ed acque e di animali destinati all'alimentazione in un'area vastissima che comprende l'abitato di Taranto e di paesi vicini nonché un'ampia zona rurale tra i territori di Taranto e Statte tali da integrare i contestati reati di disastro doloso, omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, avvelenamento di acque, posti in essere con condotta sia commissiva che omissiva, con coscienza e volontà per deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti che si sono avvicendati alla guida dell'Ilva i quali hanno continuato a produrre massicciamente nella inosservanza delle norme di sicurezza con effetti destinati ad aggravarsi negli anni". Per questo i reati contestati sono disastro doloso, omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, l'avvelenamento di acque e di sostanze alimentari.

Ancora una volta si evidenzia che il "... il capitale non ha riguardo per la salute e per la durata della vita dell'operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società" (Karl Marx.)

 

(*) Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel territorio

 

Anteprima della rivista “nuova unità”

 

 

 

 

 

 

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