ACCORDO SULLA RAPPRESENTANZA: ALTRO REGALO A PADRONI E GOVERNO

Patto sociale e accordo sulla rappresentanza!

La crisi economica spinge i padroni e i loro rappresentanti politici, istituzionali e sindacali a stabilire nuove regole per salvaguardare al meglio i loro profitti. Se nei periodi precedenti i padroni si accontentavano di garantire a Cgil – Cisl – Uil il 33% delle RSU (cioè un terzo) oggi nella crisi, quando il conflitto fra capitale e lavoro aumenta vogliono garantirgli d’ufficio il 100% della rappresentanza. In questo contesto Cgil, Cisl e Uil hanno fatto un accordo con la Confindustria per un nuovo patto sulla rappresentanza ancora più antidemocratico e filo padronale dei precedenti. Ormai non solo i padroni decidono con quali sindacati trattare, ma decidono anche quali sindacati devono rappresentare i lavoratori. Una volta i rappresentanti dei lavoratori erano scelti dagli stessi lavoratori, adesso i rappresentanti dei lavoratori non li decidono più i liberamente i lavoratori, ma direttamente il padrone.

Riportiamo alcuni brani di un comunicato della Rete 28 Aprile.

“Le nuove regole stabiliscono che potranno partecipare alla elezione dei rappresentanti sindacali solo liste presentate da Cgil, Cisl e Uil o da altri sindacati che sottoscrivono il patto a condizione che rinuncino ad ogni azione di sciopero e accettino gli accordi decisi a maggioranza dagli stessi sindacati firmatari.

 

Per i padroni il principio democratico della rappresentanza é: prima mi dici che sei d’accordo, poi ti siedi al tavolo. Infatti, la conta degli iscritti e dei voti, che garantisce la presenza alle trattative di chi ha più del 5%, si fa solo tra i firmatari del patto, cioè tra chi ha già detto che accetterà l’accordo, quale che sia.

Non solo. Il patto punta a impedire il dissenso interno alle stesse organizzazioni firmatarie. Infatti, secondo le clausole del patto, se un delegato non risulta più iscritto all’organizzazione sindacale con cui è stato eletto (se si è dimesso o è stato espulso per dissenso, appunto), egli decade da delegato. In questo modo s’impedisce la presenza nelle rappresentanze dei delegati e delle delegate più fedeli alle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, li si fa decadere e, avendo perso le tutele proprie dei delegati, li si espone alle vendette dei padroni, peraltro oggi più facili anche grazie alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Insomma, i delegati rispondono all’organizzazione e non ai lavoratori.

Si fa molta propaganda sul fatto che l’accordo garantirebbe la verifica democratica del consenso delle lavoratrici e dei lavoratori sulle intese contrattuali. Non è vero. In realtà sui contratti non si garantisce alcun referendum vincolante ma solo ”una consultazione certificata a maggioranza semplice”. Cioè al massimo assemblee gestite e “certificate” dagli stessi sindacati firmatari. Senza accordo tra i firmatari, il referendum non c’è.

Sugli accordi aziendali valgono le regole dell’accordo del 28 giugno 2011, cioè le deroghe e non è previsto alcun voto delle lavoratrici e dei lavoratori ma basta la maggioranza della RSU, che ricordiamo, sarà eletta solo su liste presentate dai sindacati firmatari.

Il patto introduce una pesantissima limitazione al dissenso, con il cosiddetto principio di esigibilità voluto dalla Confindustria: i padroni, mentre peggiorano le condizioni dei lavoratori, pretendono anche che essi rinuncino alle lotte o alle cause legali. E Cgil, Cisl e Uil sono d’accordo. L’intesa prevede che nei prossimi contratti si inseriscano le sanzioni contro chi trasgredisce e sciopera.

E’ molto grave che anche il gruppo dirigente della Fiom, insieme a quello della Cgil, esalti l’accordo, mentre proprio tre anni fa la Fiom disse giustamente NO all’accordo di Pomigliano in Fiat. La verità è che questo accordo è il modello Fiat esteso a tutti i luoghi di lavoro.

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