EBOLA E CAPITALISMO

 

L’Ebola, o la bancarotta morale del capitalismo

di Jean Batou (*)

Sembra non vi sia dubbio che una varietà di pipistrelli africani (pipistrelli fruttaioli, della famiglia Pteropodidae) costituisca la nicchia del virus dell’Ebola (tipo Filoviridae); un germe formato da una decina di proteine e identificato per la prima volta nel 1976. Oggi si conoscono cinque tipi di Ebola; tra di essi quello che apparve per la prima volta in Zaire (attualmente Repubblica Democratica del Congo-RDC) e che attualmente colpisce l’Africa occidentale.

Sono questi mammiferi volanti che lo trasmettono alle scimmie e ad altri animali, compreso – può essere direttamente – agli esseri umani, prima che questo agente patogeno provochi epidemie ricorrenti di febbre mortale. I primi sintomi dell’Ebola sono di tipo influenzale e precedono l’astenia (stato di debolezza sia psichica che muscolare, caratterizzata da una mancanza di energia e dalla perdita di entusiamo), le diarree, il vomito e, spesso, le emorragie, in che non impedisca di confonderlo con altre malattie. In più del 50% dei casi provoca la morte in circa 10 giorni (ma dipende dalla zona geografica).

 

 

L’Ebola e l’accaparramento di terre

Dalla prima irruzione dell’Ebola nella RDC, una ventina di epidemie hanno colpito dieci paesi. All’inizio nella conca del fiume Congo (Ebola è il nome di un affluente del Congo) e più recentemente in Africa Occidentale; in particolare in Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria. Ma è più che probabile che l’ultima irruzione di questa malattia provochi più vittime dell’insieme delle epidemie censite fino a oggi (2.345 morti dal 1976 al 2013). In effetti, per la prima volta, l’epidemia si è aperta la strada verso centri urbani importanti come Conakry (Guinea), Monrovia (Liberia) e Freetown (Sierra Leone).

Bisogan anche tener conto che le persone più colpite e quelle che diventano le vittime ideali sono le donne, perchè sono loro che si incaricano di curare le persone malate.

 

Come spiegare la trasmissione alle persone di questo germe finora confinanto nella fauna selvatica?

Questa contaminazione ha la sua spiegazione nel contesto dello sfruttamento economico sempre più intenso della savana africana, un’ampia zona di 400 milioni di ettari che va dal Senegal all’Africa del Sud e che la FAO e la Banca Mondiale presentano come il nuovo Eldorado agricolo mondiale (1).

Le sue conseguenze più conosciute sono il retrocedere dell’agricoltura contadina su piccola scala a beneficio dell’agroindustria esportatrice, lo sradicamento di milioni di piccoli produttori impoveriti e la concentrazione delle terre in mano alle grandi società internazionali.

 

Queste manifestazioni di accumulazione per  perdita del possesso sono in piena ebollizione nei paesi colpiti attualmente dal virus Ebola. Si traducono nello sradicamento dei cespugli in ampie zone, il che fa sì che le comunità precarizzate dei dintorni entrino in contatto con elementi nutritivi potenzialmente pericolosi dovendo cercarli sempre più lontano all’interno dei boschi tropicali.

Sempre di più la carenza di proteina le spinge a consumare “carne della savana” – scimmie, piccoli roditori, pipistrelli, ecc. – cosa che le espone a nuovi agenti patogeni (2).

La deforestazione e, forse, il riscaldamento climatico globale sembrano aver accentuato anche l’aridità e la durezza della stagione secca, due fattori che sembrano essere favorevoli allo scatenamento dell’epidemia (3). Fattori che hanno anche potuto favorire la migrazione e la dispersione dei pipistrelli portatori del virus (4).

 

Un virus nel cuore delle tenebre

I paesi colpiti dall’epidemia attuale sono stati particolarmente viziati dagli investitori internazionali da vari anni, in funzione della grande disponibilità di terre coltivabili, della vulnerabilità dei piccoli contadini dediti all’agricoltura di sussistenza e di condizioni politiche favorevoli (promozione della libera imprese e ripiego dello Stato).

In questo modo i grandi investitori italiani (Muove Iniziative Industriale ) e statunitensi (Farm Land of Guinea) misero gli occhi sulla Guinea. Troviamo anche interessi malaysiani in Liberia (Sime Darby) e svizzeri (Addax) e cino-vietnamite in Sierra Leone, che controllano la produzione di agrocarburanti in piena espansione.

Un piccolo contadino testimonia così le conseguenze sociali del controllo della società malaysiana Sime Darby sulle terre più fertili della Liberia: “Ora manchiamo di alimenti. Non abbiamo ospedali né scuole. Non abbiamo lavoro. Non possiamo pagare i maestri, che emigrano “(5).

 

Il problema è che l’accaparramento di terre da parte di società straniere avviene da vari decenni di tagli struttturali che, letteralmente, hanno distrutto le infrastrutture pubbliche (soprattutto quelle scolari e sanitarie) dei paesi più poveri dell’Africa subsahariana.

 

Il primo focolaio dell’epidemia attuale sembra essersi sviluppato a partire dal dicembre 2013, nei paesi intorno a Guéckédou, nel sud della Guinea; un agglomerato che ha visto praticamente triplicare la sua popolazione in 10 anni (2000-2010) a causa dell’arrivo dei rifugiati delle guerre civili in Sierra Leone e Liberia. Evidentemente le sue infrastrutture pubbliche non corrispondono alle necessità da coprire e le autorità del luogo sono completamente screditate. Come era prevedibile, il personale medico, poco numeroso e sottoequipaggiato, non dispone di mezzi per far fronte al flussi di malati e per proteggersi dalla contaminazione, in modo che le loro fragili istituzioni sanitarie si trasformano in centri di propagazione dell’epidemia.

In simili condizioni, senza poter realizzare tests sul campo per determinare se una persona è infetta o no (per saperlo bisogna inviare i prelievi in Europa o in America del Nord), l’epidemia è rapidamente sfuggita ad ogni controllo. E, a poco a poco, si è estesa agli agglomerati vicini - ancor più visto che Guéckédou accoglie un importante mercato regionale – fino a raggiungere le capitali di Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Bisogna tener conto, secondo le inchieste epidemiologiche attuali, che ogni malato è potuto entrare in contatto con una media da 20 a 40 persone, che sarebbe necessario identificare e seguire per 21 giorni (6).

 

Un’epidemia medioevale

In Europa o in America del Nord non sarebbe dfficile fermare il contagio di una malattia che si trasmette fra esseri umani attraverso i fluidi corporali (saliva, sudore, vomito, urina, feci, sperma, sangue, ecc.). Contrariamente all’AIDS, il tempo di incubazione dell’Ebola è breve (una media di 10 giorni) e le persone infettate sono contagiose solo durante il breve periodo in cui presentano i sintomi.

Sarebbe sufficiente disporre di infrastrutture sanitarie con condizioni sicure (camici, guanti e maschere, siringhe sterilizzate, ecc.) che permettessero di farsi carico delle persone malate e di evitare che avessero contatti non protetti con i loro famigliari, e informare e seguire le persone che hanno avuto relazioni con esse.

Ma, in Africa Occidentale, “il personale sul campo (...) afferma di non avere accesso al materiale indispensabile per auto-proteggersi e per proteggere i pazienti. Molti degli ospedali non sono riforniti dato che il controllo dell’infezione è molto limitato e non vi è quasi alcun mezzo di determinare quali sono le persone a rischio “(Vox, 9.8.2014). “In Sierra Leone, nel villaggio di Kenema, 18 tra medici e infermiere hanno contratto l’Ebola e almeno 5 sono morti”; “le infermiere hanno smesso di lavorare: dovevano ricevere un supplemento di 13 dollari alla settimana per lavorare 12 ore al giorno con mezzi di protezione, ma il governo non ha compiuto le sue promesse”;”In Liberia intere sezioni del servizio sanitario sono alla deriva (...) Gli ospedali di Monrovia, la capitale, sono sovraccarichi di pazienti di Ebola e rifiutano di accettare altra gente (..) nelle strade si accumulano i cadaveri infetti: l’epidemia è sulla strada per acquisire toni medioevali” (The New Yorker, 11.8.2014)

 

La lotta efficace contro l’epidemia implicherebbe di disporre di mezzi importanti ma, soprattutto, di una collaborazione volontaria delle popolazioni colpite con i sanitari e le autorità, ad esempio con l’obiettivo di stabilire un cordone sanitario delle pompe funebri – i cadaveri sono particolarmente contagiosi – e di disinfettare le case dei morti.

Cose, tutte, che sono assenti tra le popolazioni colpite, che hanno ragioni per non fidarsi sia dell’intervento straniero, a maggioranza bianco (OMS, Médecins Sans Frontières, UNICEF, Croce Rossa, Ong’s, ecc.) che delle loro stesse autorità. Queste ultime, più interessate a dispiegare soldati per impedire lo spostamento della popolazione che rafforzare finanziariamente e farsi carico delle misure sanitarie indispensabili (7).

 

Big Pharma si lava le mani

Da quando la OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) ha dichiarato che l’epidemia dell’Africa occidentale costituiva una emergenza sanitaria, le società farmaceutiche più avanzate nell’attualizzazione dei vaccini o degli antivirus, come Tekmira, Sarepta, BioCryst, NanoViricides, MappBio (che ha concepito lo Zmapp – col finanziamento ed il controllo dell’Esercito degli USA -  un cocktail di tre anticorpi somministrato con successo a due volontari statunitensi ma che non ha dato esito con il religioso spagnolo), sono cresciute in borsa.

E, effettivamente, anche se in piccole quantità, dispongono di sostanze pronte per essere testate su esseri umani (Reuters, 8.8.2014).

Secondo il professor Daniela Bausch (Tulane School of Public Health and Tropical Medicine), il principale ostacolo alla produzione di medicinali efficaci non è di ordine scientifico o tecnico, ma economico: “Le società farmaceutiche sono poco motivate a investire dollari in ricerche e sviluppi per il trattamento di un’infermità che appare sporadicamente in paesi africani con un basso livello di vita”. E’ la ragione per cui il Dr. John Ashton, presidente della Facoltà britannica di Salute Pubblica, parla di “bancarotta morale” dell’industria farmaceutica e del capitalismo (International Business Time, 3.8.2014).

 

Finora l’Ebola non era riuscito ad interessare altro che i militari, in nome della prevenzione (o potenziamento) del bioterrorismo, ma le potenti compagnie farmaceutiche rifiutavano di finanziare i test clinici indispensabili e molto costosi. Ora, dato il tasso di mortalità così elevato del virus, la OMS ha dichiarato accettabile l’utilizzazione di sostanze non omologate sulle persone colpite. C’è urgenza, afferma Peter Piot, il co-scopritore dell’Ebalo: “Una volta terminata l’epidemia non ci saranno più sforzi di investimenti per cercare trattamenti o vaccini e quando tornerà ad apparire una nuova epidemia non si sarà andati avanti in nulla. Dopo quella del 1976 l’OMS affermò di voler mettere in piedi un’équipe di intervento internazionale. L’iniziativa è rimasta lettera morta”. Il ricercatore supplica per il finanziamento attraverso gli aiuti allo sviluppo di una ricerca orientata ad offrire il trattamento gratuito sotto la responsabilità dell’OMS (Le Monde, 7.8.2014).

 

La tragica epidemia attuale mostra fino a che punto la ricerca sfrenata del profitto privato sia incompatibile con la salute pubblica; in particolare quella delle popolazioni povere dei paesi dominati.

Jean-Marie Le Pen non fa che portare la logica di tale barbarie fino alle sue ultime conseguenze quando dichiara che il “Signor Ebola” ha i mezzi per fermare l’esplosione demografica mondiale in tre mesi.

 

Ma per andare al di là dell’indignazione e modificare realmente il corso delle cose, è necessario spezzare l’attuale disordine mondiale.

Prima di tutto, la difesa della salute pubblica non può essere dissociata dagli obiettivi ecosocialisti che perseguiamo, perchè è tributaria delle nostre condizioni di vita e perchè il produttivismo attuale favorisce incessantemente l’emergenza di nuove patologie, somatiche o fisiche, che il capitalismo pone a carico della società, qualsiasi siano i costi.

In secondo luogo, l’industria e la ricerca farmaceutica non potranno rispondere alle necessità dell’umanità, in particolare dei suoi settori più impoveriti, se non rinunciano a fissare le loro priorità in funzione della domanda pagante e non si lasciano guidare dalle opzioni democratiche delle popolazioni coinvolte, il che implica la loro socializzazione e il finanziamento del settore pubblico.

 

Tutto questo non potrebbe cominciare colpendo una gran parte delle formidabili somme che assorbe, in forma parassitaria, il servizio del debito, sia al Nord che al Sud?

 

Note:

 

1/ Awakening Africa’s Sleeping Giant - Prospects for Commercial Agriculture in the Guinea Savannah Zone and Beyond, 2009.

 

2/ Questo tipo dimeccanismo è sttato recentemente studiato in forma globale da  David Quammen (Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic, W. W. Norton, 2012).

 

3/ Daniel G. Bausch & Lara Schwarz, "Outbreak of Ebola Virus Disease in Guinea: Where Ecology Meets Economy", PLoS Negl Trop Dis, 8(7), 31.7.2014

 

4/ Calestous Juma, "Africa Ebola Outbreak: How to Prevent It ?", Al Jazeera, 13.8.2014.

 

5/ The Globe and Mail, "Land Grabs in Africa: Liberia".

 

6/ Rosa Crestani, coordinatrice dell’intervento sull’Ebola di MSF, Le Monde, 5.8.2014.

 

7/ Rémi Barroux, "Avec les damnés du virus Ebola", Le Monde, 1.8.2014; Jeremy Youde. 

 

(*) Ginevrino, è professore di Storia Contemporanea all’Università di Losanna.

da: lahaine.org; 26.8.2014

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

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