Pensiamo all’Africa più che all’Ebola

 

Pensiamo all’Africa più che all’Ebola

 

di Manuel F. Yepe (*)

 

Il continente africano figura poche volte nelle notizie dei grandi mezzi di monunicazione occidentali. Questo succede solo se l’informazion è legata ad un focolaio epidemico o a una situazione terroristica che minacci gli Stati Uniti o alcuni altri paesi ricchi, loro stretti alleati. Il recente scoppio di ebola in Africa occidentale si è trasformato in una di quelle eccezioni che mettono il continente sulla carta geografica dei grandi mezzi di informazione corporativi. 

 

E’ chiaro che dobbiamo preoccuparci del focolaio dell’ebola, non tanto per la minaccia che può rappresentare per l’Occidente, ma per quello che rivela circa lo stato attuale del sistema sanitario in Africa e circa le molto limitate risorse di cui si dispone in tutto il mondo per affrontare la situazione” ha riconosciuto Adam levine, professore assistente dell’Università statunitense di Brown, che attualemnte collabora in Ruanda come consigliere clinico per le emergenze e le cure posttraumatiche in un articolo che ritengo importante e opportuno, suprattutto per chi lo esprime.

 

Smettete di preoccuparvi dell’ebola e comiciate a preoccuparvi di quello che significa (Stop Worrying About Ebola and Start Worrying About What it Means) intitola il dott. Levine il suo lavoro, pubblicato il 13 agosto sul quotidiano digitale newyorchino The Huffington Post.

 

“Tristemente i mezzi di comunicazione occidentali ignorano il contesto di abbandono della salute pubblica e le incredibili disuguaglianza che esistono nel mondo, che stanno alle sue origini” fa notare Levine.

 

“Gli ultimi due statunitensi infettati in Liberia stanno migliorando non perchè hanno ricevuto un siero magico, ma per le cure mediche ricevute e per la rapida evacuazione in ospedali moderni con installazioni di cure intensive”. 

 

Il tasso di mortalità a causa di tutte le malattie, dalla polmonite agli attacchi di cuore, passando per il cancro e gli incidenti di traffico, è più alto nell’Africa subsahariana che in qualsiasi ospedale occidentale. Ma la possibilità di morire a causa di qualsiasi malattia in questo mondo, Ebola incluso, ha molto a che vedere con la geografia.

 

Secondo il medico nordamericano, esistono varie cure efficaci per l’Ebola che possono aiutare le persone che passano per le fasi peggiori della malattia e aumentare le loro possibilità di sopravvivenza, come la rianimazione  mediante fluidi intravenosi, globuli rossi, piastrine, sostanze coagulanti per avitare le emorragie, antibiotici per trattare le infezioni batteriche più comuni, ossigeno, ecc. naturalmente un equipaggiamento di diagnostica moderno può aiutare medici e infermieri a seguire i parametri vitali per controllare i pazienti in caso di complicazioni. 

 

Levine assicura che l’Ebola non è la malattia più contagiosa che si conosce, ci si contagia solo per contatto fisico, specialmente attraverso i fluidi corporali, non si trasmette per aria nè per aerosol, il che lo rende meno contagioso che altre malattie trasmesse come il morbillo, la varicella, la tubercolosi e persino l’influenza.

 

Nei sei mesi in cui l’ebola ha ucciso circa mille tra banbini e adulti in Africa subsahariana, nella regione sono morti 298.000 bambini di polmonite, 193.000 di diarrea, 288.000 persone di malaria e 428.000 di lesioni, compresi gli incidenti stradali.
L’esperto ritiene che un acceso migliore ai servizi sanitari d’urgenza e di cure intensive aiuterebbe  asalvare i pazienti di Ebola e anche quelli colpiti dai più letali problemi citati sopra. In Africa Occidentale l’Ebola si è esteso rapidamente a causa della mancanza di misure sanitarie di base negli ospedali pubblici e nelle cliniche con un equipaggiamento precario. Molti centri mancano di prodotti così necessari e basici come guanti e camici, e in molti altri scarseggia l’acqua o l’alcool, imprescindibili per l’igiene.
 

 

La vera tragedia dello scoppio dell’Ebola è che la maggioranza degli africani non ha accesso a medicine, installazioni e professionisti di cui disponiamo in Occidente da decenni, e che avrebbero potuto evitare la perdita di controllo dell’epidemia, dice Levine. Tristemente, le società farmaceutiche non sono solitamente disposte ad investire in ricerche per prevenire o trattare malattie che colpiscono solo la gente povera, visto che otterrebbero pochi (o nessun) profitti.
E’ ovvio che il professor Adam Levine non approverebbe mai di essere complice con l’idea che l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, l’USAID - con cui ora egli colabora in Africa in interventi umanitari - dedichi abbondanti fondi provenienti dai contribuenti statunitensi per obiettivi plausibili, ad altri propositi insensati come la promozione della sovversione e il “cambio di regime” in nazioni povere i cui governi Washington considera scomodi. (1)

 

 

(1) Manuel Yepe si riferisce alla recente scoperta di “volontari” latinoamericani” assoldati, nel quadro di un programma sanitario dell’USAID, per promuove la sedizione a Cuba) 

 

(*) Giornalista cubano, specialista in questioni internazionali

da: argenpress.info; 3.9.2014 

 

(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

 

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

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Commenti: 1
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    Jenise Linsley (lunedì, 23 gennaio 2017 02:38)


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