INTERVENTO DEL GIUDICE RIVERSO

 

Viaggio di un lavoratore esposto all'amianto all'interno del pianeta giustizia  

 

Articolo 13.10.2014 (Roberto Riverso)

 

Il tema della Giustizia deve essere considerato centrale nell’approccio al problema amianto, anche in vista dell’articolazione di soluzioni operative che dovrebbe costituire lo scopo principale di questo convegno. La Conferenza governativa di Venezia del novembre 2012 risultava invece carente proprio per la mancanza di una sessione dedicata alla Giustizia; e carente sul tema si rivela anche il Piano Amianto che è stato approntato dopo la Conferenza.

Se questa esigenza prioritaria di Giustizia, connaturata all’argomento, viene rimossa, ogni iniziativa e riflessione in materia nasce monca; perché le legittime esigenze di protezione terapeutica, ambientale, previdenziale, risarcitoria non possono essere neppure concepite se non alla luce delle ingiustizie che sono state praticate ai danni delle persone, del lavoro e dei territori dove esse sono vissute. Tutto viene distorto: anche a livello tecnico e scientifico.

Su questa esigenza, qualche anno fa, tirando le fila di alcune osservazioni (in materia civile, penale e previdenziale) scrissi di una difficile giustizia per i lavoratori esposti. Era un eufemismo; avrei dovuto, ed oggi comunque, scriverei di una giustizia impossibile: perchè pur non dovendo dimenticare lodevoli eccezioni, sono tanti e tali gli accidenti cui vanno incontro le persone esposte, talmente tante le storture praticate nell’applicazione delle norme, che non basterebbe il tempo di tutta questa conferenza per darvene conto.


 

Sommario

 

 


 

Qualche notizia storica

 

La storia dell’amianto è  segnata fin dalle sue origini da un’impressionante serie di diritti negati e di omissioni: di misure di protezione; rilevazioni e controlli; adeguate previsioni nel sistema assicurativo obbligatorio; pagamenti di premi da parte dei datori di lavoro; mancanza di norme e processi; violazione di norme perfino costituzionali, oltre che interne e comunitarie, come è a tutti noto. Un buco nero di omissioni che ha prodotto e continua a produrre – da sola - la più elevata cifra di morti sul lavoro ogni anno, infortuni compresi, come accertò la Commissione lavoro del Senato (c.d. Smuraglia) con la relazione 22 luglio 1997. Ecco perché le istituzioni sono tenute ad occuparsene; non per una pietosa concessione nei confronti di nessuno, ma per cercare di riparare ad un torto ampiamente consumato, che ha radice in un’enorme colpa collettiva ed interroga la responsabilità politica di un’intera classa dirigente del nostro Paese; come ricordano gli atti parlamentari, nel corso di un dibattito alla Camera nel 1993. Ed ecco perché è assurdo che ad ingiustizia si aggiunga ingiustizia; alle vecchie quelle nuove; l’ingiustizie praticate negli uffici dell’Inail o dell’INPS o del Ministero del lavoro o della Difesa o nelle aule dei tribunali (civili del lavoro ed amministrativi) sono le più difficile da digerire; perché è ingiustizia al quadrato. Volendo operare una brevissima rassegna (anche ai fini propositivi di cui si dirà) e cercare di rimanere comprensibili a tutti, occorre mettersi nei panni di un lavoratore esposto (o di una vittima) o di un suo familiare; ed iniziare un ipotetico viaggio processuale all’interno del pianeta giustizia…

 

Giustizia penale

 

Se una vittima si aspetta un verdetto dalla giustizia penale (di cui parleranno in questa conferenza altri autorevoli colleghi) il più delle volte gli verrà recapitato un non prevenuto. Migliaia di vittime all’anno: migliaia di processi non fatti. Molte volte per archiviazioni scandalose, disposte anche con un timbrino; addirittura talvolta sostenendosi che non sia possibile identificare i legali rappresentanti di società enormi, per individuare i quali basterebbe richiedere una visura camerale. Questa prima mancanza di giustizia, produce una rottura sociale, che non è meno grave della mancanza di risarcimento civile o di riconoscimento previdenziale; perché impedisce un attribuzione di senso ad un sacrificio (di rispondere alla domanda perché sono vittima?); di ricostruire una storia personale e familiare.

 

Io li vedo nei tribunali, li vediamo queste persone, domandano soltanto giustizia cioè anzitutto di essere riconosciute come persone che hanno subito un torto.

 

Non mi soffermo su altri aspetti tecnici della giustizia penale in materia di amianto perché sono previsti altri qualificatissimi interventi.

 

Giustizia civile

 

Per quanto riguarda la giustizia civile, una ricerca sui casi di lavoratori deceduti per mesotelioma (nell’ultimo ventennio) rivela la peculiarità, tutta italiana, di una giurisprudenza più realista del re, che nega cioè il risarcimento del danno civilistico laddove il giudice penale avrebbe condannato seguendo gli arresti più aggiornati in tema di colpa e nesso causale delle sezioni penali della Corte di Cassazione. E’ una vistosa contraddizione di sistema (un capovolgimento di logiche, criteri di giudizio, funzioni delle responsabilità) perchè la responsabilità civile deve rappresentare una fronteria più avanzata dell’ordinamento dinanzi ad un fatto antigiuridico. Da noi nella materia della responsabilità per malattie professionali succede il contrario; la vicenda si presenta rovesciata: è più facile, in sostanza, assistere ad una condanna penale, che ottenere un risarcimento del danno; mentre, secondo i principi, dovrebbe essere l’opposto; perché nel diritto penale occorrono requisiti più rigorosi per potere affermare la responsabilità degli imputati per motivi che sono a tutti noti.

 

La prima eccezione che una vittima ed un familiare si vedrà opposto in Italia agendo in un giudizio per ottenere il risarcimento danno è che rivolgendosi al più naturale giudice del lavoro è abbia sbagliato competenza, perché deve fare due processi per lo stesso fatto: una causa davanti al giudice del lavoro per i danni ereditati dalla vittima; ed una causa del tutto autonoma, ed il più delle volte anche in un’ altra città, davanti al giudice civile, per i danni reclamati come familiare (con quali rischi e lungaggini e difficoltà potete immaginare).

 

Ovviamente le norme in vigore consentono di superare facilmente questa incomprensibile ed incostituzionale bipartizione che viola il principio del processo giusto e celere; ma la nostra giurisprudenza non è in questo senso. Se poi volesse estendere la sua domanda di danni personalmente, oltre che al datore di lavoro (individuale o societario X), al dirigente o l’amministratore X; ed allora dovrà fare una ulteriore causa davanti ad un terzo giudice civile che potrebbe anche stare in una città diversa. In America tutte le cause civili relative allo stesso problema si accentrano, ad es. tutti i morti all’amianto del Paese, in un unico ufficio competente. Noi per lo stessa morte da lavoro obblighiamo a fare due o tre cause anche davanti a tre giudici totalmente diversi.

 

Altra eccezione, ancor più assurda, che si vedrà opporre la vittima o il familiare che agisce per il risarcimento è che abbia sbagliato convenuto, ossia che non doveva citare in giudizio la società x esistente, ma la società zeta che non esiste più (e che esisteva all’epoca della condotta di esposizione consumata molti anni prima). Siccome, come sappiamo, tra esposizione e successiva malattia passano molti anni, le nuove società (costitute per fusione incorporazione passaggi di d’azienda, ecc) sosteranno sempre in tutte le cause di amianto che difettano di legittimazione passiva; ossia non c’entrano niente, ma che c’entrano che ne so giusto per fare degli esempi le vecchie ANIC, AGIP; ENICHEM, Eridania,o addirittura l’IRI al posto di FINCANTIERI ecc. Eccezioni simili - in un giudizio civile, dove la responsabilità è impersonale ed un debitore non si può liberare dei debiti cambiando nome vendendo cedendo fondendosi ecc.- dovrebbero durare lo spazio di un minuto ed invece no vengono largamente accolte determinando un rigetto in via preliminare delle domande di danno del lavoratore ammalato o dei loro familiari senza istruttoria.

 

E ciò nonostante una giurisprudenza secolare concepisca i mutamenti di titolarità societari alla stregua di vicende successorie (Come recentemente ha ricordato la Cass. 5473/2012 in una controversia che vedeva coinvolte Eni e Syndial), venendosi altrimenti a creare, all’interno del diritto societario, una comoda via di fuga per chi volesse liberarsi dei propri obblighi e pregiudicare la posizione dei creditori: basterebbe un’operazione di fusione societaria per affrancare le società partecipanti dagli obblighi riferibili alle società incorporate, insorti dopo l’operazione di fusione.

 

Pertanto l’incorporante risponde sempre civilmente di tutti gli obblighi riferibili alla società incorporata, ivi inclusi i debiti derivanti da responsabilità civile conseguente a malattie professionali manifestatesi dopo la fusione ma determinate da lavorazioni praticate in precedenza.

 

Altro rischio a cui la nostra vittima andrà incontro nei nostri tribunali civili, pur avendo lavorato magari nelle coibentazioni delle navi di Fincantieri e respirato miliardi di fibre al giorno, è di sentirsi dire che non è però certo né probabile che egli abbia potuto inalare la fibra mortale sul lavoro. Perché sempre nel civile sono state scritte molte sentenze assolutorie in cui ha imperato l’assurda teoria della fibra Killer costruita sul pensiero distorto di Selikoff. La teoria cioè che basterebbe una fibra per una malattia e tutte le altre non contino niente; talchè non si potrà mai sapere con certezza dove un lavoratore abbia potuto inspirare quella letale. Non sono da meno le sentenze assolutorie dove si è sostenuta la balzana tesi che le fibre di amianto non siano polveri e quindi non sarebbero soggette all’applicazione della normativa cautelare sulle polveri (come hanno scritto diverse sentenze genovesi confermate anche in sede di legittimità; v. Corte di Cassazione n. 7362 dell’11 aprile 2005).

 

Una sorta di gioco di parole che costituisce, non a caso, una vistosa violazione di legge, la quale in più luoghi, sia dettando le misure di prevenzione, sia regolamentando le malattie professionali, definisce espressamente come “polveri” le fibre d’amianto (artt. 22 e 24 dlgs 277/1991)[1] e considera l’asbestosi come malattia provocata da “lavori che espongono comunque all’inalazione di polvere d’amianto” (all. 8 al t.u. 1124/1965).

 

Poniamo che alla fine un lavoratore o i suoi familiari riescano ad individuare un giudice competente, un soggetto passivo legittimato, una normativa protettiva ritenuta applicabile rispetto al torto subito, il calvario civile non è finito….. perché al momento della liquidazione dei danni si vedranno opporre il bislacco argomento secondo cui la perdita della vita nel nostro ordinamento non è di per sé risarcibile mentre è risarcibile soltanto il danno terminale biologico, un danno temporaneo che solitamente ammonta in cifra a qualche migliaio di euro.

 

Procurare la morte di una persona non costa nulla nel nostro ordinamento se lo si fa immediatamente; e costa molto poco se lo si fa lentamente. Sulla materia è però intervenuta di recente una storica sentenza garantista della Cassazione (la n. 1361/2014). Ma la materia è talmente difficile da digerire da parte dei giudici che subito altra sezione della Cassazione ha subito l’intervento delle Sez. Unite.

 

L’obiezione bislacca che si muove contro il risarcimento del danno alla vita è questa: il danno si dice deve essere sempre una conseguenza (ossia conseguenza dell’ offesa di un diritto o interesse protetto). Se ledo la salute, risarcisco la menomazione. Se ledo la vita e non risarcisco niente, perché la vittima non c’è più sparisce insieme al bene protetto e non c’è nessuna conseguenza. Non avverte nulla, nessun dolore sul piano morale. E non perde nulla perché quando arriva la morte non c’è vita.Qualcuno penserà all’azzeccagarbugli di manzoniana memoria, ma purtroppo si tratta della giurisprudenza italiana più elevata, anche della Corte Cost. Oltre che della dottrina che piace di più alle imprese ed alle compagnie di assicurazione. Questo sempre accade nel diritto, quando si ragiona in nome di un astratto tecnicismo ( ovviamente, asseritamente neutrale) che rimuove la realtà; che pretende di piegare la realtà rispetto ai concetti. E non viceversa come dovrebbe essere.

 

Ecco perché sicuramente costa di più ferire che uccidere. Vi sono sentenze che hanno liquidato somme più cospicue per una distorsione accidentale ad un caviglia, o per risarcire un colpo di frusta (in cui rileva anche il danno permanente) che per la morte procurata ad una persona a seguito di una penosa e devastante malattia professionale, in cui rileverebbe solo il danno biologico temporaneo.

 

Proposte

 

Ora, nella nostra materia e non solo, molte di queste ingiustizie sarebbero eliminabili se solo si approvassero alcune regole processuali già contenute nella proposta Casson che servirebbero a migliorare il cammino della giustizia non solo nella nostra materia, ma in una miriade di processi; e tutto questo a costo zero, facendo cioè risparmiare risorse allo Stato ed ai cittadini e favorendo l’armonizzazione dei giudicati ad es. con la concentrazione dei processi connessi in un'unica sede (o allargando la competenza del Giudice del lavoro per es. alla materia sanzionatoria del lavoro; che in Italia affidata il più delle volte ai giudici onorari che non distinguono un apprendista da un invalido. Questo per dire dell’effettività che si vuole assicurare ai precetti sanzionatori)

 

La giustizia sui c.d. benefici previdenziali amianto

 

Ma questo è niente rispetto a quello che abbiamo visto e si continua a vedere nella materia dei c.d. benefici previdenziali amianto (che sarebbe più giusto chiamare risarcimenti previdenziali), regolati da una sacrosanta normativa: la L. 257/92 che però - dopo essere stata emanata sull’onda della condanna dell’Italia nel 1990 emessa della CGCE (per omesso recepimento della direttiva CEE 477/83) - non è piaciuta subito a nessuno; ed ha sviluppato una vera e propria idiosincrasia negli enti e nei giudici chiamati ad applicarla e nello stesso legislatore, che dopo averla modificata più volte, se ne è subito liberato decretandone la morte col decreto Maroni del 2003

 

Per non usare qui parole inappropriate; prendo a prestito le parole di un insospettabile dirigente medico legale dell’INPS (M. M. Covello), che sulla rivista dell’istituto, Informazione Previdenziale, 2007, pag 589 s... così si esprime, affermando che l’applicazione dei benefici previdenziali è stata caratterizzata da “gestione assolutamente burocratica”, “palleggio o melina tra enti previdenziali”; “ingestibili intese con le parti sociali”; “sentenze dei Tribunali chiaramente inique e discriminatorie”; “iter burocratico farraginoso e costellato da intoppi e lungaggini e situazioni paradossali”.

 

Tocca darne ora qualche rapida dimostrazione.

 

a. Anzitutto senza che fosse scritto nella Legge 257/1992 si è pretesa la conta ex post delle fibre fino a più di 100 fibre litro per oltre dieci anni, quando nessuno li ha contate prima mentre avveniva la lavorazione. E pur essendo noto che nell’amianto è nociva l’esposizione in sé e senza alcun limite di salvaguardia.

 

b. In mancanza di seri accertamenti amministrativi CONTARP si sono costretti i lavoratori in processi infiniti; alla lotteria delle ctu e delle perizie fatte da esperti di varia provenienza, purchessia (igienisti industriali, chimici, anatomopatologi, medici del lavoro, medici legali; e persino carabinieri). Nelle mie peregrinazioni in Italia su questa materia ho conosciuto persone che sono state dichiarate non esposte all’amianto ai fini contributivi perché esposti a 90 fibre , condannati al costo delle spese legali e delle perizie (condanna resa più agevole dalla modifica all’art. 92 del codice di procedura civile che l’ultimo Governo Berlusconi ha programmaticamente introdotto all’inizio della legislatura con la Legge 69/2009); persone che dopo qualche mese, gli è venuto il mesotelioma e sono deceduti.

 

c.- Con lo stesso ragionamento l’INPS pretende la restituzione delle pensioni erogate sulla base di consulenze ribaltate in appello da periti zelanti che contano le fibre una per una mentre la norma parla di esposizione media. Recentemente a Bologna vi è stato un caso monstre di un perito che in Appello per gli stessi ambienti e mansioni per alcuni lavoratori ha detto più di 100 fibre e per altri meno di 100; e pensionati che hanno dovuto contrarre mutui per restituire le somme percepite in primo grado.

 

E qui, va subito detto, andrebbe varata con un’urgenza, una giusta norma di sanatoria, come esiste da sempre nella materia pensionistica nell’ordinamento che vieta la restituzione dell’indebito in base a regole di civiltà introdotte nella tanto vituperata prima repubblica; quando forse il Paese era forse più sensibile a chi aveva problemi per tirare avanti e non spendeva 15 anni a parlare di legge elettorale.

 

d.- L’applicazione della normativa previdenziale all’italiana è stata soprattutto caratterizzata da assurde discriminazioni tra categorie di persone che versavano nella stessa situazione.

 

d1.- A parità di impianti produttivi alcuni lavoratori hanno beneficiato del più agevole accertamento contenuto negli atti di indirizzo ministeriali, altri no (il petrolchimico di Ravenna sì quello di Gela o di Ferrara no).

 

d2.- Ai pensionati ante 1992 si è detto che l’amianto non fa male ed anche se hanno inspirato amianto più dei loro colleghi che hanno lavorato successivamente, i benefici non sono stati loto attribuiti; attraverso un linguaggio biforcuto; utilizzato anche dalla Corte Costituzionale: la quale dopo che per ben due volte (nella sent. 5/2000 e nella sentenza n. 127 dell’aprile del 2002) aveva sostenuto (testualmente) che “il beneficio ha una  funzione compensativa dell’obiettiva pericolosità dell’attività lavorativa svolta...,”; quando viene adita dai pensionati, dopo solo qualche mese, cambia versione e dice (sentenza 434 del novembre 2002) che la funzione del beneficio è quella di far ottenere la pensione (di agevolare all’esodo), di ammortizzatore sociale che non può essere attribuito a chi è già in pensione!

 

Una situazione che si è fatta però grottesca per i pensionati quando con l’entrata in vigore della normativa dettata dall’art. 47 del d.l. 269/2003 (conv.con mod. in l. 24.11.2003 n. 326); il beneficio non serve per il conseguimento della pensione, ma solo ottenere un incremento dell’importo delle pensione; per dare appunto un’indennizzo; che avrebbe recato utilità anche ai pensionati.

 

d3.- Ancora peggio viene a tutt’oggi trattata la categoria dei lavoratori ammalati da amianto (certificati come tali dall’istituto assicurativo e fruitori di rendita erogata dall’INAIL ) che però… non sono considerati “lavoratori esposti all’amianto” ai fini dei benefici previdenziali! Anche per questi lavoratori ammalati, se andati in pensione fino al 27.4.1992 (prima del 28.4.1992), si è detto che non possono essere considerati esposti all’amianto perché appunto non possono essere allontanati dal rischio (sic) o non possono essere agevolati all’esodo: anche se il rischio per essi si già tramutato in danno (!), anche se si ammalano oggi (!) come il collega che è andato in pensione dopo il 27.4.1992, a cui invece in beneficio viene pacificamente accordato. Per fare un esempio: anche oggi sicuramente vi saranno stati, sul piano statistico, almeno due lavoratori che hanno scoperto di avere una malattia correlata all’asbesto; è possibile che uno di essi abbia cessato di lavorare prima e uno dopo il 28.4.1992, ancorché entrambi abbiano contratto la malattia oggi nello stesso giorno: ad uno si di essi concede il beneficio ed all’altro no!!

 

Esiste una risposta razionale su questo punto?

 

e. Certo come sempre si ricorda in questi casi, le sostanze finanziarie sono poche nel nostro Paese; e non bastano per tutti. Ma quando le risorse sono poche si distribuiscono equamente le poche che ci sono; non si praticano assurde discriminazioni; intollerabili per la Costituzione, perché dalla sperequazione non può mai nascere un sentimento di vera solidarietà sociale. E non può esistere che gli inclusi in una legge, possano sentirsi soddisfatti a fronte di chi ne è stato escluso in modo così sperequato.

 

f.- Come quando ad es. si discriminino i lavoratori pubblici dai privati; i militari dai civili. Eppure la norma sul piano letterale riconosce il beneficio (l’art.13 comma 8, l. 257/92) ai “ lavoratori che siano stati esposti all'amianto per un periodo superiore a dieci anni”,[2] e quindi non autorizza interpretazioni restrittive di sorta, nell’individuazione dei destinatari. Ed a questo proposito abbiamo avuto la sentenza della Corte Costituzionale la n. 127/del 2002 sui ferrovieri, ( che - appunto del 2002 - interviene prima della nuova normativa emanata con l’art. 47 del d.l. 269/2003, conv. in l. 326/2003; dall’1.10.2003) nella quale si sostenne che l’interpretazione volta ad escludere dall’ambito dei destinatari del comma 8 dell’art. 13 della legge 257/1992 qualsiasi lavoratore soggetto al rischio morbigeno per esposizione ultradecennale sarebbe stata incostituzionale (anche se si fosse trattato di lavoratori pubblici o non privati, non assicurati presso l’INPS, né presso l’INAIL ma altrove ).

 

Disse la Corte esistono nella norma “plurimi elementi esegetici, i quali portano a ritenere che essa sia volta a tutelare, in linea generale, tutti i lavoratori esposti all'amianto, in presenza, beninteso, dei presupposti fissati dalla disposizione stessa, secondo quanto evidenziato dalla già ricordata sentenza di questa Corte n. 5 del 2000. Quindi a nulla può contare se i medesimi lavoratori fossero privati o pubblici, civili o militari; assicurati all’INPS o all’INPDAP ecc. Tutto questo la Corte Costituzionale lo scrisse, va ribadito, nel 1992, prima che con l’art. 47 del d.l. 269/2003 (conv. nella l. 326/1993) venisse emanata la nuova disciplina dei benefici.

 

Questa tesi è stata ribadita esplicitamente dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 1179 del 19/01/2007 a proposito dei marittimi, assicurati per gli infortuni sul lavoro non all’INAIL ma all’ IPSEMA; anche qui è stato spiegato che la vera e decisiva ratio della pronuncia della Corte Cost fosse l’esistenza del rischio e dell’assicurazione; e non la soggettività dell’ente che la gestisce[3]; osservandosi che essa rappresenta l’unica “regola che si adegua ad un criterio di razionalità scevro da ingiustificate discriminazioni, secondo le indicazioni rinvenibili nelle citate sentenze costituzionali” (Cass. 1179/2007).

 

D’altra parte come si potrebbe pensare il contrario: che si possa praticare una discriminazione nell’accesso ai benefici previdenziali[4] tra lavoratori parimenti esposti al rischio, solo perché gli uni dipendenti privati e gli altri dipendenti pubblici? gli uni civili e gli altri militari? Esiste una Costituzione in questo Paese; ed il principio di eguaglianza non è a disposizione del legislatore, tanto meno di decreti ministeriali della difesa o dell’interno o di circolari interne INPS INAIL.

 

g.- Ed invece si sono respinte in sede amministrativa le domande di lavoratori pubblici, di militari; e si continua a respingerle, perpetuando quel ritardo sistematico quella melina di cui parla il dirigente medico INPS nel saggio di cui ho detto.

 

Tutto questo non a caso ovviamente. Perché la reiezione, sempre e comunque, della domanda di rivalutazione contributiva in sede amministrativa serve ad eludere le legge, neutralizza l’effettività del beneficio; il lavoratore rimane al lavoro e matura i suoi normali contributi; dopo di che quelli da amianto, se mai verranno, non gli serviranno più a nulla.

 

E’ questo un fatto ingiusto che lede il diritto della persona ad andare in pensione quando lo ritiene lui; ma è anche un comportamento che vanifica gli effetti di una legge dello Stato. Insomma qui serve che si riaffermi anche il principio di legalità; e che in uno Stato di diritto le regole vanno osservate, anzitutto dagli apparati pubblici.

 

Ostacoli e decadenze

 

Ma allora ecco cosa fanno i giudici per venire incontro a queste persone e per rendere ancora più avvilente il loro percorso all’interno del pianeta giustizia.

 

Se volessero cercare di capire se e quando possano andare in pensione, dopo il diniego dell’INAIL e dell’INPS o del loro Ente competente, i lavoratori devono ovviamente rivolgersi ai giudici per domandare i benefici previdenziali. Ebbene i giudici per lo più dicono a questi lavoratori che non possono nemmeno fare la domanda; che non possono cioè agire mentre sono al lavoro, perché prima di andare in pensione non hanno interesse a sapere se gli spetta o meno l’aumento per l’amianto; perché nel nostro ordinamento non sarebbero concesso di disturbare i giudici con azioni di mero accertamento. E questo viene detto nonostante sia a tutti evidente che, come affermato dalla Corte Cost. nella sentenza n. 5/2000, non si tratta qui di azioni di mero accertamento, in quanto i lavoratori promuovono un azione costitutiva volta a incrementare la loro posizione contributiva con la condanna dell’INPS; come avviene già oggi in Italia con tanti altri tipi di contributi di cui si può chiedere l’accredito mentre si è al lavoro (come es. per malattia e infortunio, disoccupazione, periodi di lavoro in nero). Nonostante questo, in molte sentenze non si utilizza alcuna logica; e si dice ai lavoratori che per agire in giudizio devono prima dimettersi del lavoro ed intentare una causa; dopo di che se perderanno la causa e si ritroveranno senza pensione e senza lavoro; pazienza, andranno ad incrementare la categoria dei c.d. esodati che solo in Italia si poteva produrre, grazie ad un'altra legge dello Stato sempre sensibile (si fa per dire) alle esigenze dei lavoratori.

 

Diversamente stiano al lavoro a maturare normali contributi che prenderanno il posto di quelli da amianto che rimarranno inutilizzabili.

 

Una situazione pazzesca, a dir poco kafkiana; che produce perdita di effettività del diritto ed un danno per i titolari. Ma in che genere di ordinamento stiamo vivendo se per vedersi riconosciuto un diritto contestato, ad un lavoratore venga imposto di sacrificare un diritto certo (come il posto di lavoro), col rischio poi di non vedersi riconosciuto nessun diritto.

 

La normativa in questione piace tanto a giudici ed al legislatore che, nonostante la sua derivazione costituzionale nei principi di solidarietà, l’hanno infarcita di termini burocratici e di decadenze

 

Come già detto, un termine di decadenza tombale ad effetti sostanziali è stato stabilito da chi ha avuto fretta di chiudere per sempre la partita (era il 2003 governo di centro destra, Ministro del lavoro Maroni), come se si trattasse di una elargizione graziosa: un diritto a scadenza....come un prodotto alimentare... Una aberrazione di cui bisognerebbe chiedere subito la rimozione. E che in è stata poi in parte rimossa per i siti che avevano beneficiato degli atti di indirizzo ministeriale, con la legge finanziaria del 2008 promossa dal governo di centro sinistra; ministro del lavoro Damiani... che ha consentito di riparare ad alcune assurdità e sperequazioni prodotte dalla data di scadenza rigida che contraddistingueva il riconoscimento dell’esposizione negli originari atti di indirizzo ministeriale. Va detto perché ogni tanto penso sia utile ricordare che le leggi hanno anche un nome ed un cognome.

 

L’ultimo ordigno che rischia di vanificare dalle fondamenta questa normativa previdenziale è di natura processuale; ed è stato escogitato di sana pianta dai giudici ed ovviamente subito recepito e consolidato dal legislatore (con una delle Manovre Economiche del governo Berlusconi 2011; art. 38, comma 1, lettera d, del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, convertito in Legge 15 luglio 2011, n. 111). E’ un ordigno incostituzionale che si chiama decadenza previdenziale ed ha riguardo ai termini per l’esercizio dell’azione in giudizio; un termine triennale.

 

Ebbene nonostante che per un’infinità di volte la Corte Costituzionale avesse detto che secondo la massima Carta i diritti previdenziali siano imprescrittibili ed insuscettibili di decadenza, perché i diritti sociali sono della persona e non possono perdersi per mancanza di esercizio: se una persona non chiede la pensione quando le spetta, la potrà sempre chiedere in futuro; magari perderà i ratei pregressi; ma non perderà mai il diritto costituzionale alla pensione ed alla previdenza. Nonostante questa stessa normativa processuale (l’art. 47 DPR 639/1970) nel 1991 sia stato oggetto di una norma di interpretazione autentica e perciò vincolante (nel 1991 con l’art. 6 d.l. 103/1991 n. 103, conv. in l. 166/1991, tutt’ora vigente) che dice ancora che il ritardo nell’azione previdenziale produca soltanto l’estinzione del diritto ai ratei pregressi. E nonostante per tre volte le Sezioni Unite della Cassazione ( 6491/1996; 12720 e 12710 del 2009) avessero affermato che in base a questa stessa normativa (art. 47 DPR 639/1970) non esiste nessuna decadenza dall’azione in materia di adeguamento delle prestazioni, pensionistiche e non; i giudici (Corte di Cassazione, seguita a ruota da quasi tutta la giurisprudenza di merito) dando ulteriore prova di una risalente, quasi incoercibile, idiosincrasia nei confronti della normativa in materia previdenziale amianto, si sono inventati di sana pianta l’istituto della c.d. decadenza tombale dall’azione, con perdita definitiva non solo dei ratei pregressi, ma dello stesso diritto alla rivalutazione contributiva per sempre (e con pesanti condanne alle spese per i lavoratori; un caso è stato deciso addirittura con ordinanza dalla Cassazione n. 1629/2012).

 

Si tratta di un istituto giuridico che però non esiste nell’ordinamento, il quale conosce invece la decadenza dalla domanda processuale che non può mai seppellire il diritto sostanziale! Succede così che, con un balzo all’indietro di oltre 2000 anni, la Corte di Cassazione arrivi a capovolgere il diritto civile moderno, il quale a partire dall’ottocento viene inteso come un sistema di diritti soggettivi (civili anzitutto) preesistente e separato dal processo (il quale appartiene ad un ramo diverso dell’ordinamento, quello pubblicistico)[5].

 

La Cassazione torna, invece, al diritto romano della c.d. età classica, quando i rimedi venivano prima del riconoscimento dei diritti, caducando con la loro estinzione ogni pretesa sostanziale; una tesi che contrasta con i più elementari canoni della Costituzione e che fa della decadenza c.d. ad effetti tombali un istituto immorale del diritto previdenziale. La giurisprudenza che si è formata sulla decadenza ex art. 47 cit. ha reso anzitutto illeggibile una situazione assai chiara dal punto di vista normativo; finendo per affossare un diritto Costituzionale dei lavoratori.

 

Conclusione

 

Penso sia necessario che chi abbia responsabilità politiche si attivi al più presto per riparare a questi monstra giuridici di cui abbiamo detto; che in definitiva cercano soltanto di risparmiare sulla pelle di persone già pesantemente offese (non per nulla la norma sulla decadenza è stata inserito nella manovra economica dal Governo Berlusconi) . Mostruosità del genere si producono quando l’applicazione della legge si rivolta contro le esigenze umane per cui è stata pensata. Ciò è potuto avvenire perché si sono smarrite quelle ragioni di giustizia sostanziale che erano alla sua origine; e che non bisogna mai stancarsi di ripetere - come un mantra - ogni volta si discuta di queste questioni (a costo di sembrare monocordi o maniacali).

 

Tutti sappiamo che quando un diritto viene riconosciuto a favore dei deboli, a favore dei lavoratori, non basta certamente che stia scritto nella Costituzione perchè si auto-realizzi o sia rispettato. Occorre promuoverne condizioni positive che lo rendano effettivo; lavorare in profondità perciò nel tessuto sociale come nelle università, negli ospedali; ma anche nelle aule dei tribunali.

 

E poi arrivata l’ora per porre mano ad una normativa che in questa materia non consideri il diritto un insieme di procedure e di sofismi che vivono in un modo a parte, ma uno strumento che serve a restituire diritti ossia una dimensione soggettiva a persone cui per lungo tempo è stata negata. E per colpa di tanti.

 

(Altalex, 13 ottobre 2014. Articolo di Roberto Riverso)

 

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Nota bene: intervento al Convegno Amianto: quale giustizia per le vittime e per gli ex esposti, ddl casson n. 8 e doc. xxii n. 2 (Senato della repubblica, sala Santa Maria in Aquiro, piazza Capranica 72, Roma 13 marzo 2014 ore 10-17).

 

[1] Art. 24, 3 comma dlgs. 277/1991 “ Se l'esposizione personale dei lavoratori alla polvere di amianto, espressa come numero di fibre per centimetro cubo in rapporto ad un periodo di riferimento di otto ore, supera 0,1 fibre per centimetro cubo, il datore di lavoro attua le disposizioni degli artt. 25, comma 1, 26, comma 2, 27, comma 2, 28, comma 2, 30 e 35.”

 

[2] Secondo la giurisprudenza i destinatari del beneficio vanno individuati soltanto nei lavoratori dipendenti perché solo essi sono costretti a svolgere la loro attività nell’ambiente e con gli orari prescelti dal datore di lavoro e sono impossibilitati a ricorrere a misure di protezione contro l’azione nociva dell’amianto che non siano quelle predisposte dall’azienda (cfr. Cass. 26 luglio 2002, n. 11110; Cass. 10 aprile 2002, n. 5082).

 

[3] Nè in contrario avviso può indurre il rilievo che la sentenza n. 127/2002 cit. riguarda i ferrovieri, i quali sono passati, con decorrenza 1 gennaio 1996, sotto la gestione assicurativa INAIL, il quale è tenuto alla erogazione delle prestazioni economiche anche per gli eventi anteriori a tale data ma non ancora definiti (art. 2 di n. 510 del 1996, convertito nella L. n. 608 del 1996), perché nell'economia della sentenza n. 127 tale considerazione costituisce argomento aggiuntivo ma non decisivo per l'illustrazione della vera ratio della decisione, come risulta evidente da quella parte della motivazione nella quale la Corte costituzionale sottolinea che il beneficio contributivo spettava al personale ferroviario ancor prima del passaggio all'INAIL, in forza “di una tutela assicurativa contro gli infortuni corrispondente a quella contemplata dallo stesso Decreto n. 1124 del 1965".

 

[4] E’ del tutto evidente infatti che - in base all’assurda tesi secondo cui i benefici non si applicano per i pensionati al momento dell’entrata in vigore dei benefici - per i lavoratori pubblici andati in pensione prima dell’ottobre 2003 non ci sarebbe alcun beneficio mentre per i privati l’impedimento della pensione opera solo dal 1992 (o al massimo dal 1993).

 

[5] Lo ricordava di recente Proto Pisani nella “Introduzione sulla atipicità dell’azione e la strumentalità del processo”, in Foro Italiano 2012, V, 1 e ss, il quale parla in proposito di una rivoluzione copernicana: “è sufficiente che il diritto civile preveda una situazione soggettiva di pretesa perché il relativo titolare possa agire in giudizio per la sua tutela senza la necessità di alcuna norma sostanziale o processuale che autorizzi l’azione.

 

/amianto/lavoratore/Roberto Riverso/

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