INTERVISTA

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La fabbrica del panico” di Stefano Valenti

by Silvana Farina · 10 marzo 2015

La fabbrica del panico è il titolo dell’esordio letterario di Stefano Valenti, traduttore editoriale. Forse è qualcosa di più di un romanzo pubblicato da Feltrinelli e vincitore di numerosi premi: è la fotografia di una cognizione dolorosa, quella della morte e della resistenza. Letteratura e industria, impegno politico e sperimentazione formale non sembrano più essere così attuali oggi, come negli anni sessanta e settanta. In quegli anni oltre al violento e contraddittorio processo di industrializzazione cambiava anche il ruolo sociale dello scrittore, vero salariato dell’industria (da quella editoriale all’Olivetti, dalla Pirelli alla Fiat). Eppure riemerge, nel drammatico esaurimento di quei fenomeni, una nuova consapevolezza, e lo dimostra bene questo libro che «diventa biografia sociale nel racconto di un padre morto di amianto, e rinomina in modo originale la classe operaia», come ha detto Angelo Ferracuti.

Di seguito ne parliamo con l’autore che giovedì 12 marzo alle 16.30 dialogherà con il pubblico nell’Aula Magna del Liceo Classico “Publio Virgilio Marone”.

- Qual è la difficoltà maggiore che hai incontrato nella stesura di una storia così delicata e potente, parlo non solo delle tecniche di scrittura, ma anche della gestione dei sentimenti più violenti?

Ho scritto La fabbrica del panico perché sentivo l’esigenza di un racconto che il mercato editoriale non offriva più e per ricostruire la mia storia, la storia della classe operaia, in questi anni negata, censurata. Nel farlo ho cercato di attenermi a uno statuto di necessità restituendo la distanza emozionale delle cose vissute. Ecco, forse la principale difficoltà è stata contenere la rabbia, trasformarla in racconto, togliere gli elementi retorici che inevitabilmente produce la testimonianza del dolore.
La fabbrica del panico è una dichiarazione di appartenenza, di internità alla classe operaia. Nasce dalla necessità di raccontare un elemento dimenticato della realtà. Dare voce alla classe operaia in un romanzo vuole dire raccontarla dall’interno e non in termini agiografici o astratti. Non era mia intenzione omaggiare la figura di mio padre fuori contesto, ma riconoscere il tributo della classe operaia all’economia di mercato che, fagocitando se stessa, è più che mai forza annichilente di corpi e menti vendute, massacrate in fabbrica o nello sfruttamento clandestino, ultima frontiera di un precariato diffuso che con i suoi sentimenti di incertezza fa ammalare e consuma.

- «La salute non è mai stata un tabù nel suo caso, ha sempre ritenuto legittimo perderla, non averla, non averne diritto». Perché sembrava impossibile ai lavoratori stessi conciliare diritto alla salute e al lavoro senza dover sacrificare uno dei due, giungere a compromessi o ricatti?

Il ricatto è il nucleo fondativo al quale era incatenato l’operaio. E oggi questo ricatto è esteso a tutte le categorie del lavoro dipendente oltre che parasubordinato e atipico.
La storia che racconto nel romanzo è emblematica in questo senso. Fin dal 1974, in base ai rapporti redatti dallo Smal (Servizio di medicina preventiva per gli ambienti di lavoro) e dalle Usl sulle sostanze cancerogene usate nei processi produttivi, tutti – tranne gli operai – erano a conoscenza della pericolosità dell’amianto. Ma la prevenzione era derubricata a una questione di costi e ricavi. Consiglio ai lettori di consultare Operai, carne da macello, di Michele Michelino e Daniela Trollio, reperibile in rete. E con il ricatto occupazionale è stata perpetrata una strage il cui esito non è ancora definitivo. È proprio Angelo Ferracuti ne Il costo della vita (Einaudi), a riportare un dato drammaticamente esaustivo: “È una cosa che viene da lontano se si pensa che nel ventennio 1946-66 si sono verificati [in Italia] 22 860 964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82 557 morti e 966 880 invalidi: quasi un milione di menomati, il doppio di quelli causati dalle due guerre mondiali, che furono mezzo milione”.

- Dai tempi della Breda Fucine di Sesto San Giovanni la questione dell’amianto non ha mai smesso di interrogarci. In particolare, dove credi abbiano sbagliato le diverse istituzioni politiche con il loro impasto di buoni propositi e contraddizioni?

La fabbrica è a tal punto una istituzione concentrazionaria da diventare carcere. Nel romanzo racconto la paura di mio padre davanti a quell’edificio. Era la paura che prova il condannato davanti al cancello della prigione. La paura di dover rinunciare a sé accettando l’annientamento dell’identità personale, come di chi accetta una tortura nella dolorosa attesa che finisca. Ma per quanto è possibile, negli ultimi venti o trent’anni abbiamo assistito a qualcosa di più grave, di ancor più intollerabile, la negazione dell’identità sociale oltre che personale dell’operaio – e, di conseguenza, la sua inevitabile decadenza fisica, mentale. E nel tentativo di negare alla classe operaia la necessità di mobilitarsi e migliorare la propria condizione, la fabbrica è diventata un laboratorio dove esercitare esperimenti di controllo sociale da diffondere oltre le sue mura ed estendere su vasta scala.
Nel romanzo a un certo punto scrivo: “La legge del capitale in fabbrica è il profitto d’impresa, l’incondizionata accettazione da parte dell’operaio della regola dello sfruttamento intensivo del lavoro, dice Cesare. La riduzione dei costi. Ma dal momento che il lavoro in fabbrica è in gran parte illogico e detestabile, al fine di ottenere un’adesione degli operai al progetto d’impresa è necessario esercitare una pressione sul lavoratore, che finisce di frequente per cedere”.
In questo senso, nella logica della riduzione dei costi, non possiamo affermare che le istituzioni politiche abbiano commesso errori riguardo la questione amianto, semmai il contrario, dal momento che nella logica dell’economia di mercato, a cui risponde l’intero sistema istituzionale italiano, lo sfruttamento non soltanto è doveroso ma necessario.

- Sarai venuto a conoscenza della questione dell’Ansaldo Caldaie di Gioia del Colle: ancora una volta i lavoratori hanno dovuto lottare per i propri diritti. Un tempo esisteva il sogno di Adriano Olivetti: è ancora possibile un modello di sviluppo industriale innovativo-tutelante in Italia?

Credo che il sogno sia diventato incubo e non vedo all’orizzonte un modello industriale italiano. Il costo della crescita peraltro è stato ed è quasi tutto sulle spalle delle classi subalterne
In un episodio del romanzo, Cesare, l’operaio che guida il narratore nell’inferno della fabbrica, racconta il padre al figlio: “La coscienza di classe è consapevolezza di vivere una condizione uguale a quella di altri, diceva tuo padre: non è dunque l’indigenza più della vergogna a unirci in un comune destino. Una vergogna determinata da una urgenza che in fabbrica diventa necessità impellente, occorrenza estrema. Erano pensieri come quelli, dice Cesare, parole come quelle, a fare male. La consapevolezza che la vita era un’ingiuria, un’offesa continua.”
La vergogna è il tratto comune del padre e del figlio ne La fabbrica del panico, la fiammella da cui divampano depressione e panico. Quando si parla di nobiltà del lavoro si fa riferimento a una forma di retorica del tutto inadatta al lavoro in fabbrica. Perché l’operaio produce beni che non sono suoi, perché non è libero, perché è alienato. Perché l’economia capitalista traduce il rapporto tra persone in modi di sfruttamento necessari al profitto e questo è tanto più vero in fabbrica.
È fuori dalla fabbrica – come mi hanno insegnato i compagni del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni – che l’operaio meglio esercita il lascito storico dell’industria. In questi uomini, straziati nelle carni e nell’animo, resta un grande senso della solidarietà di classe, figlia di quel momento comunitario. Ne è un esempio l’inchiesta operaia condotta dal Comitato che racconto nel romanzo. La ricerca delle vittime, dei malati, il ritrovamento e l’analisi delle cartelle cliniche, a stretto contatto con le famiglie, il mutuo soccorso e la capacità di fare rete partendo da valori condivisi.

- La questione della Tav ha coinvolto in prima persona Erri De Luca. Come è cambiato e quale credi che sia oggi il ruolo dell’intellettuale e degli scrittori?

Nel nostro paese, e in tutto il mondo occidentale, siamo stati testimoni in questi ultimi trent’anni di una deriva culturale governata dal cosiddetto movimento postmoderno che non ha prodotto in Italia elementi narrativi di valore. La figura dell’intellettuale è così svanita nelle nebbie dell’irrisolutezza quando non nella connivenza con il potere economico e politico.
Eppure la migliore narrativa, la migliore poesia, ma anche il migliore cinema e le migliori arti figurative italiane del novecento, sono state quelle di carattere civile. Siano sufficienti gli esempi del neorealismo e della letteratura industriale. Un’epoca storica e letteraria irripetibile. Nascevano nel contesto della rinascita e del boom economico di cui noi oggi verifichiamo l’esaurimento. In una recensione su “Il manifesto” del libro di Ferracuti, Massimo Raffaeli dice che esiste ora una “querelle sul realismo (sul suo ritorno effettivo o presunto, sulla sua ammissibilità ovvero sul suo anacronismo) che tende a ripiegare di continuo su se stessa e a ignorare pertanto, al di là delle categorie astratte o nominalistiche, un’esperienza che qualunque lettore conosce se non altro per intuizione e cioè lo statuto di necessità che presiede o meno una determinata opera.” Credo, come Raffaeli, in uno statuto di necessità che restituisca la distanza emozionale delle cose vissute, viste o sentite, e che questa sia una “ottima, attualissima, definizione del realismo.” Ben venga, in questo senso, una narrativa che torni a mettere al centro del racconto il mondo reale. Ben venga il ritorno della figura dell’intellettuale.

 

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