MORTI PER AMIANTO A SESTO SAN GIOVANNI

Amianto, la città è pulita ma gli ex operai chiedono giustizia

SESTO SAN GIOVANNI È STATA BONIFICATA MA SI CONTINUA A MORIRE PER AVER LAVORATO A CONTATTO CON L’ETERNIT

di MATTEO FURCAS

La giustizia è giustizia anche se arriva con vent’anni di ritardo.

Lo deve essere per chi si ammala a causa del proprio lavoro. I numeri dell’amianto sono impietosi. In Italia ogni anno muoiono tremila persone di mesotelioma pleurico, il tumore causato dall’esposizione a questa fibra killer.

Otto al giorno. Una ogni tre ore. Un dato, quello fornito dall’Associazione italiana di oncologia medica nel 2012, che pone drammaticamente il problema.

I sopravvissuti sono pochi, e continuano a diminuire. L’amianto è stato vietato nel 1992, ma continua a lasciare una scia di vittime che non si fermerà ancora per molto, troppo tempo. Siamo a Sesto San Giovanni, città dalla storica vocazione industriale. Un luogo che proprio a causa di questo passato necessiterebbe di una mappatura ampia e precisa dei siti contaminati dall’amianto, ampiamente importato per essere utilizzato alla Breda,

alla Pirelli, alla Falck e alla Magneti Marelli. Il telerilevamento dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, aggiornato al 2012, è molto parziale.

Mancano completamente i dati su Sesto San Giovanni. Così è necessario un intervento

dal basso, come quello di Cittadini reattivi, associazione di informazione indipendente e giornalismo civico su temi di ambiente e salute. L’inchiesta, approdata su Wired nel maggio 2015, ha mappato 38mila siti, tra cui anche quelli di Sesto San Giovanni, sfruttando i dati del Ministero dell’Ambiente.

Nell’ex Stalingrado d’Italia la sensibilità sul tema dell’amianto è molto viva. Il passato industriale e le molte morti fra gli operai forse hanno risvegliato la coscienza dei cittadini, le cui segnalazioni sono fondamentali per bonificare i siti contaminati. Grazie alla loro iniziativa è possibile localizzarli e procedere poi alla rimozione.

 Il sindaco Monica Chittò ha

assicurato a fine maggio 2015 che tutte le coperture di amianto in città sono state

eliminate. Luoghi particolarmente delicati come scuole e asili sono stati bonificati,

stando al Piano regionale amianto di recente reso pubblico dal Pirellone e contenente l’elenco dei siti messi a norma.

Un esempio virtuoso, quello di Sesto San Giovanni. Ora che le grandi fabbriche non ci sono più restano solo le malaugurate conseguenze sulla salute di chi ci lavorava.

Silvestro Capelli è un ex operaio della Breda, dove ha lavorato dall’ottobre 1975 all’agosto 1992. È l’ultimo sopravvissuto del suo reparto, dove venivano saldate le aste leggere. Ha visto morire il suo compagno di turno, Franco Camporeale, a 45 anni. Vittima di un tumore. La stessa malattia che ha colpito anche Capelli alla laringe nel 1995. “Alla Breda si lavorava a stretto contatto con l’amianto, in spazi chiusi e angusti”, afferma. “Ricordo

il mezzo litro di latte che ci facevano bere ogni mattina per la prevenzione”.

L’operazione di laringectomia subita il 2 gennaio del 1996 gli ha quasi portato via la voce, ma non la determinazione di ottenere quello che gli spetta: il riconoscimento della sua patologia come malattia professionale, causata dal lavoro in fabbrica. Vive da quasi vent’anni con un buco in gola, coperto solamente da una benda. Non può parlare troppo a

lungo senza doversi fermare per pulirsi.

Ogni sua parola è potente, mette chi lo ascolta davanti all’assurdità di ammalarsi (e morire) a causa delle sostanze tossiche a cui si è esposti durante il proprio lavoro. Nel gennaio del 1995 Capelli prova a richiamare il suo cane da caccia ma si accorge dalla sua bocca esce solo un esile filo di voce. Né il medico di base né l’otorinolaringoiatra riescono a fargliela tornare. Non servono nemmeno tre visite specialistiche alla laringe.

Occorrerà una analisi diretta al microscopio per stabilire la terribile diagnosi:

tumore alle corde vocali. Capelli viene chiamato d’urgenza dall’ospedale Fatebenefratelli

di Milano per essere operato il 2 gennaio 1996 dopo nove ore di intervento. Da quel momento, asportata la laringe, dovrà parlare utilizzando il diaframma. A distanza di vent’anni, ci scherza su: “prima ero magro come un chiodo, ora ho questa grossa pancia”.

Ma Capelli è fermamente intenzionato a ottenere il riconoscimento del suo tumore come malattia professionale, e l’indennizzo che gli spetta. Quando l’Asl di Sesto San Giovanni dopo averlo visitato avverte l’Inail che la sua è una patologia causata dall’esposizione all’amianto, si sente rispondere che il tumore alla laringe non è elencato tra le malattie associate alla fibra killer dalla Iarc, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.

Nel 2012 la Iarc aggiorna le tabelle con la “Monografia numero 100”: ora, finalmente,

l’amianto è riconosciuto come una delle cause per la neoplasia alla laringe che ha colpito Capelli. Sembra la solita storia di grovigli burocratici che si frappongono tra un cittadino e i suoi diritti. Sì, perché la legge prescrive un limite di tre anni e 150 giorni per denunciare

una malattia professionale all’Inail. Un limite poco sensato per una patologia che ha un lungo tempo di incubazione, per un materiale come l’amianto che attende tanto tempo per colpire le proprie vittime. A Capelli non resta che sfruttare un altro strumento legale: secondo la Cassazione questa “prescrizione” comincia a scattare dal momento in cui il

lavoratore scopre che la sua malattia sia dovuta alla professione svolta. Grazie a questo, la domanda di Capelli all’Inail è legittima e nei limiti di tempo, perché ha scoperto solo dopo l’aggiornamento delle tabelle della Iarc che il tumore alla laringe era riconosciuto come malattia professionale. Per l’ex operaio c’è una data cerchiata in rosso: quella

di ottobre 2015, quando lo attende l’udienza del riesame della sua pratica.

Silvestro Capelli, voce indebolita ma carattere intatto, non si è mai lasciato sopraffare

dalla malattia. È tornato a parlare dopo due mesi dall’operazione di laringectomia totale, grazie alla riabilitazione.

Ora collabora con l’Associazione italiani laringectomizzati, aiutando chi ha avuto in sorte la stessa malattia a riguadagnare l’uso della voce. Ne va molto orgoglioso perché i risultati sono ottimi. Nel 2004 ha portato la sua vicenda sul palco con uno spettacolo teatrale.

Silvestro Capelli urla anche se la voce non la può più alzare. Sentirlo parlare è come essere trascinati dal ritmo del jazz, sua passione lunga una vita. Impossibile stare fermi, impossibile non farsi trascinare dalle sue vibrazioni.

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