PER NON DIMENTICARE

Nella giornata della memoria riportiamo questa breve testimonianza del nostro compagno Ettore Zilli deportato nel campo di sterminio di Dachau e socio onorario del nostro Comitato.

 

Ettore a 91 anni è uno egli ultimi sopravvissuti ed è sempre al nostro fianco nella lotta contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale.

 

 

 

 

Sono internato nel campo di sterminio di Dachau. Nella baracca 7 siamo in 400 persone. Sulla branda di 2 metri per 90 cm, dormiamo in 4. Spesso ci svegliamo al mattino con al fianco un compagno morto...”

 

 

 

Ettore Zilli, classe 1924, è uno dei pochi sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Originario di Ovoledo di Zoppola, proviene da una famiglia antifascista. L’impegno sociale e politico di Zilli lo porta a incontri nelle scuole e nelle associazioni di lavoratori. Inizia sempre con ricordi delle sue radici friulane: “Non avrei mai immaginato che io, contadino friulano e operaio della Pirelli, sarei diventato un

 

punto di riferimento per tante persone.” Ecco il suo racconto su quegli anni.

 

Mio zio Giuseppe vieneoliato’ dalle squadracce fasciste e lui per vendicarsi sfoga la rabbia sul Podestà e viene arrestato. Viene seviziato, ma essendo stato decorato nella prima guerra mondiale le violenze si fermano lí. Si salva solo perché emigra in Argentina. Il 10 giugno del 1940 Mussolini convoca gli italiani nelle piazze d’Italia,

 

collegate a Roma via radio, per annunciare l’entrata in guerra”.

 

Ettore e un suo amico decidono di di sertare l’adunata in piazza, ma i fascisti li costringono a schiaffi a partecipare. Dopo l’8 settembre, a 19 anni, con un assalto alla caserma del paese si impadronisce di 6 fucili che passa ai partigiani.

 

Il 28 ottobre del ‘44 viene arrestato e, portato a Pordenone, viene rinchiuso nel carcere del Castello, in una piccola cella con altri 11 detenuti, e successivamente trasferito nel carcere di Udine, dove per due volte viene portato nel cortile per es-

 

sere fucilato.

 

Racconta ancora Ettore: “Assieme vengono arrestati altri 34 partigiani. Ci caricano su un treno con destinazione Germania, ma mentre siamo in viaggio avviene un bombardamento sulla stazione di Salisburgo e quella è la mia fortuna. I tedeschi ci lasciano a Salisburgo per due mesi per chiudere le buche lungo la ferrovia. Siamo trattati come bestie, ma non è nulla in confronto di quello a Dachau. Arrivo a

 

Dachau diversi mesi dopo perché prima ci fermano a Reichenau in un campo di smistamento. È qui che mi è dato il numero di riconoscimento che mi porto dietro anche nel lager. Dopo alcuni giorni vengo caricato sul treno insieme ad altri e dopo un viaggio di tre giorni sono internato nel campo di lavoro e di sterminio di Dachau in Germania, dove all’entrata campeggia la scritta tristemente famosa “Arbeit

 

macht frei”, il lavoro rende liberi, come ad Aus-chwitz. Qui vengo destinato alla baracca 7. Siamo 400 persone in uno spazio che ne può contenere a malapena la metà.

 

Sulla branda di 2 metri per 90 cm, dormiamo in 4. Spesso ci svegliamo al mattino con al fianco un compagno morto.

 

Il numero che ci viene assegnato dobbiamo pronunciarlo in tedesco due volte al giorno, all’appello della mattina e della sera. Nei campi di sterminio la vita non vale niente. Oltre ai nazisti anche i kapò, prigionieri e prigioniere trasformati in guardiani di quei derelitti, uccidono per niente; siamo scheletri viventi e a Dachau si muore anche per il freddo. Il pasto consiste in una brodaglia di barbabietole e in

 

una pagnotta da un chilo per ogni sei persone. Un giorno mentre trasporto fuori dalla baracca n. 5 gli escrementi in un grande contenitore metallico ho un mancamento per lo sforzo e cado sommerso dagli escrementi. Il soldato che ci scorta mi colpísce violentemente con il calcio del fucile provocandomi la frattura della mascella e il taglio parziale della lingua, di cui ancora oggi subisco conseguenze, e per alcuni giorni sto in preda al delirio con febbre alta. Prima dell’arrivo degli Alleati gli aguzzini nazisti decidono di uccidere i prigionieri e a tale scopo chiamano come rinforzo i Vigili del Fuoco di Monaco che però si rifiutarono di sparare sui prigionieri e rivolsero le armi contro le SS”.

 

 

 

(*) Dal libro “Dall’Internazionale a Fischia il vento a Niguarda” di Antonio Masi - Michele Michelino

 

 

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