AMIANTO: MOTIVAZIONE SENTENZA OLIVETTI

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Morti per amianto alla Olivetti di Ivrea, il giudice: “Valutazione rischio avrebbe eliminato o ridotto esposizione

di F. Q. | 19 ottobre 2016

 

Secondo il giudice il dibattimento ha "ampiamente dimostrato l’utilizzo di talco contaminato da tremolite sino al 1981", materiale che "non venne immediatamente sostituito, ma rimase in uso quanto meno sino alla primavera del 1986". Tre mesi fa la condanna a 5 anni e 2 mesi di Carlo De Benedetti e del fratello Franco e a un anno e 11 mesi dell’ex ministro Corrado Passera

 

Il 18 luglio la sentenza che riconosceva la responsabilità di alcuni degli imputati. Ieri le motivazioni del verdetto per le morti da amianto alla Olivetti. Secondo il giudice il dibattimento ha “ampiamente dimostrato l’utilizzo di talco contaminato da tremolite sino al 1981“, materiale che “non venne immediatamente sostituito, ma rimase in uso quanto meno sino alla primavera del 1986”. E così a tre mesi dalla condanna a 5 anni e 2 mesi di Carlo De Benedetti e del fratello Franco e a un anno e 11 mesi dell’ex ministro Corrado Passera, il magistrato Elena Stoppini in 170 pagine spiega e ricostruisce le vicende della fabbrica e i motivi che l’hanno portata a condividere le ipotesi di omicidio e lesioni colpose sostenute dall’accusa per quello che è passato alla storia come il “dramma sociale di Ivrea”. Nel fascicolo processuale i casi di dodici ex dipendenti morti e due colpiti da malattie che si sospetta fossero legate al contatto con le fibre di asbesto.

Il documento ricostruisce l’intera istruttoria, attribuendo precise responsabilità ai vertici dell’azienda. Perché, si legge, “risulta ampiamente provata l’effettiva titolarità della figura di datori di lavoro in capo” agli imputati. Così come “è ampiamente provato l’omesso e/o negligente esercizio di tali poteri che, se correttamente dispiegati, avrebbero avuto effetto impeditivo degli eventi lesivi verificatisi”. Secondo il giudice monocratico, infatti, “la tempestiva valutazione del rischio amianto, e la conseguente adozione di idonee misure prevenzionistiche, avrebbero eliminato o, per lo meno ridotto, l’esposizione delle persone offese alle fibre tossiche e conseguentemente impedito, o quanto meno ritardato, l’insorgenza delle patologie di asbesto correlate”. Malattie causate – si legge ancora nelle motivazioni dalla “presenza di amianto nelle strutture dei vari siti” e dalla “aerodispersione di fibre di amianto negli ambienti di lavoro” che – sostiene la Stoppini – “l’istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare”.

Le difese hanno già annunciato ricorso in appello contro la sentenza che lo scorso 18 luglio Carlo De Benedetti aveva definito “ingiusta”, sottolineando la sua “totale estraneità rispetto ad accuse tanto infamanti quanto del tutto inconsistenti“. E ad una prima lettura delle motivazioni, che nei prossimi giorni verranno esaminate nel dettaglio, osservano come le argomentazioni del giudice monocratico non sembrino considerare gli elementi di prova portati dai legali in dibattimento.

Subito dopo il verdetto il pm Laura Longo disse “la soddisfazione in questi casi è relativa, perché si è di fronte all’ennesima tragedia dell’amianto. Queste erano morti che si potevano e si dovevano evitare”. In sede di sentenza il giudice aveva ordinato, come avevano chiesto i pm, la trasmissione degli atti in procura per tre decessi attribuiti a un tumore polmonare e non, come accaduto in un primo tempo, a un mesotelioma.

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