articolo di LA REPUBBLICA

Da La Repubblica del 8/1/2017

In Lombardia dieci processi ma nessuna condanna ai manager delle aziende

Franco Vanni

La sentenza da cui tutto è cominciato risale al febbraio 2005 e riguarda dodici ex dirigenti della Breda Ansaldo. Sul caso della morte per mesotelioma pleurico dell’operaio Giancarlo Mangione – in Breda per quarant’anni, deceduto nel 1995 - per la prima volta il tribunale riconosceva responsabilità ai manager di una fabbrica che non produceva amianto, ma usava la fibra negli stabilimenti. Il giudice Ambrogio Moccia assolse tre imputati. Per altri nove, emise una sentenza di non luogo a procedere “per intervenuta prescrizione”. Nessun colpevole. Ma le motivazioni contengono alcuni degli elementi che hanno poi spinto i familiari degli operai deceduti a fare cause contro i manager delle aziende negli anni Settanta e i Novanta. Pirelli come Enel, ’Alfa Romeo come la Franco Tosi. Ma anche al teatro alla Scala, dove d’amianto era foderato persino il sipario, e in Atm, dove la fibra rivestiva le pareti dei depositi e le volte delle gallerie del metrò.

 

Scrive Moccia: “La nocività dell’amianto era nota da tempo immemorabile. E solo l’amianto respirato sul luogo di lavoro può qualificarsi causa del mesotelioma letale”….se il dovere di sicurezza è a carico del datore di lavoro, dirigenti e preposti, allora è indubbio che avevano l’obbligo giuridico di attivarsi, obbligo del tutto disatteso”. Nella sentenza è però affermato un principio che sarà alla base di assoluzioni e sentenze di non luogo a procedere. Per Moccia, infatti, “agli imputati non possono essere addebitate oltre misura  responsabilità  …. che hanno affondato le loro radici nel sistema industriale dell’epoca, e che non tocca a un organo giurisdizionale giudicare”.

 Oggi, in Lombardia, dei dieci processi aperti dal 2005, solo in due casi si è arrivati a condanne di primo grado. E in entrambi, la corte d’appello ha poi ribaltato le decisioni. Il 15 luglio 2015 il giudice Raffaele Martorelli, della Sesta sezione penale del tribunale di Milano, ha inflitto condanne fra i 3 anni e i 7 anni e 8 mesi di reclusione a undici ex dirigenti Pirelli degli gli anni Settanta e Ottanta, per la morte di 24 per tumori alle vie respiratorie. In sentenza, il giudice ricostruisce come lavorassero «in una nebbia fitta» di amianto. E i dirigenti Pirelli non garantirono le «misure di prevenzione» previste dalla legge 303 del 1956 sulla «protezione dei lavoratori dalla polverosità», nata prima della consapevolezza scientifica della pericolosità dell’amianto (nota dal 1979, stando alla documentazione della clinica del Lavoro di Milano), ma che se fosse stata applicata — è la tesi del pm Maurizio Ascione, — avrebbe salvato la vita agli operai. Ma lo scorso 24 novembre, la Quinta sezione della corte d’appello ha assolto gli ex dirigenti “per non avere commesso il fatto”.

Un caso analogo è quello della Fibronit di Broni: nel luglio 2013 il tribunale di Voghera condannò due ex dirigenti per una novantina di dipendenti morti di tumore, ma lo scorso 20 ottobre la corte d’appello di Milano li ha dichiarati innocenti “perché il fatto non costituisce reato”, cancellando i risarcimenti ai parenti. Per Laura Mara, avvocato che assiste molte delle parti civili nelle cause per morti da amianto, “è giuridicamente difficile capire come mai a Milano si continui a negare il nesso di causalità sulle morti e il principio della colpa affermati dalla cassazione. Il foro milanese è una triste eccezione in un quadro nazionale in cui si è arrivati a condanne importanti. Da Torino a Roma, da Venezia a Gorizia.

Sempre per quanto riguarda Pirelli, ma per altri 28 casi di morte, lo scorso 19 dicembre sono stati assolti dal tribunale di Milano nove ex manager del ventennio Ottanta-Novanta, accusati di omicidio colposo, "perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto". Assolti in primo grado il 28 febbraio 2015 anche quattro dirigenti dell’Enel di Turbigo, a processo per la morte di otto operai; secondo il giudice Beatrice Secchi non è stato possibile stabilire quando gli operai si fossero ammalati. Ora è in corso il processo d’appello, come è cominciato anche quello che vede imputati otto ex manager della Franco Tosi Ansaldo di Legnano assolti il 30 aprile 2015 dall’accusa di omicidio colposo per la morte di 32 operai.

 Sono invece in corso i processi di primo grado che riguardano l’Alfa Romeo di Arese, con 15 operai deceduti e sette ex manager a giudizio, la Scala, con cinque ex amministratori del teatro chiamati a rispondere della morte di sette dipendenti, e all’Atm, con due ex manager stati rinviati a giudizio per la morte di sei lavoratori. Ed è riaperto il processo Breda Ansaldo, da cui tutto è cominciato. Al centro, la morte di dodici lavoratori. Fra le parti civili, medicina democratica, l’Associazione italiana esposti amianto e il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni, il cui presidente è Michele Michelino. “Tanti compagni di lavoro sono morti per mesotelioma, altri sono malati e muoiono dopo mesi – dice Michelino, ex operaio Pirelli e poi in Breda. Gli stabilimenti sono stati a lungo fabbriche di morte”.

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