4 OPERAI LICENZIATI ALL'INNSE DI MILANO

Gli operai INNSE Milano contro i licenziamenti di 4 lavoratori

Il 23 marzo al presidio dei lavoratori licenziati e solidali, davanti ai cancelli Dario Comotti racconta a "nuova unità" i motivi del conflitto.

 

 

Di Michele Michelino

 

                                               La storia

 

L’INNSE, nata dall'officina Innocenti Santeustacchio, è stata il simbolo dell'industria metalmeccanica all'interno della zona di Lambrate, nell'area ex Maserati.

Nel 2002 la messa in liquidazione e la successiva vendita, quattro anni più tardi al gruppo Genta, che nel 2008 dichiara la chiusura. Ma gli operai decidono di occuparla, dandosi i turni e continuando a lavorare, e lo scontro dura più di un anno.

La lotta operaia riconquista le prime pagine dei giornali, grazie a 49 lavoratori che per oltre un anno occupano l'INNSE Presse di Milano, "per salvarla dal fallimento". 

Il 5 agosto 2009 quattro operai e un funzionario sindacale della Fiom si barricano per più di una settimana su una gru all'interno della fabbrica scendendo solo dopo l’accordo che salvaguardia tutti i posti di lavoro.

Una cordata guidata dalla Camozzi di Brescia ha acquistato l'azienda milanese.

Il resto è storia di oggi che racconta nella intervista che abbiamo raccolto da uno degli operai licenziati.

 

Dario, tu sei uno degli operai licenziati, vuoi spiegare ai lettori di nuova unità perché vi hanno licenziato?

 

Siamo in lotta da ormai 14 giorni. C’è stato uno sciopero che è durato 8 ore al giorno per 11 giorni di tutti gli operai contro l’azienda che ha licenziato 4 lavoratori (3 operai e una impiegata). L’azienda ci ha licenziato con delle motivazioni che sono a dir poco scandalose: hanno dichiarato che i nostri posti venivano meno. Ad esempio il posto di elettricista veniva a mancare e scrivono addirittura nella lettera di licenziamento che il posto sarà affidato a un’impresa esterna di elettricisti, mentre gli altri tre posti, quello dell’impiegata viene fatto a Brescia e gli altri 2 posti che erano quelli di controllo della qualità, l’azienda intende farli fare direttamente dagli operai. Questa è la motivazione con cui ci ha licenziato.

 

In realtà noi siamo in mobilitazione da gennaio del 2016, cioè da quando l’azienda ha presentato un piano che chiamarlo industriale è una parola grossa, perché è un piano che fa veramente acqua da tutte le parti e non corrisponde nella sostanza a quello che, con la nostra lotta del 2009, gli ha fatto avere la fabbrica. Nel 2009 loro hanno preso dal comune di Milano, con uno scambio d’area d’uso, la fabbrica al prezzo di 1 euro. Avevano detto e dichiarato ai quattro venti che qui ci sarebbe stato un incremento dell’occupazione arrivando a 150 operai, per cui era una fabbrica che interessava realmente e che per farla funzionare a dovere avevano necessità di incrementare l’occupazione. Ora, a distanza di 7 anni, siamo ridotti della metà. Da 50 che eravamo, ci siamo ridotti a quasi la metà, 27/28 persone.  

Come sta andando avanti la lotta?

 

I lavoratori sono decisi ad andare fino in fondo. Dopo 11 giorni di sciopero continuo i lavoratori non potevano sobbarcarsi ancora un altro periodo di sciopero, perché oltretutto il padrone non sta portando produzione. È da un anno esatto che all’INNSE non si batte un chiodo, non c’è praticamente produzione e questo, di fatto, favorisce il padrone. Quindi continuare con questo strumento di lotta vuol dire solo danneggiare gli operai e basta.

Per questo abbiamo deciso il rientro in fabbrica degli operai. Fuori il picchetto continua con i 4 licenziati, i compagni e i lavoratori di altre realtà solidali che ogni giorno si presentano al cancello della fabbrica. Inoltre a mezzogiorno nell’ora di mensa da tutti gli operai dell’INNSE escono dalla fabbrica aggiungendosi al picchetto durante la pausa pranzo.

 

Voi siete tutti iscritti alla FIOM; come si è comportato il sindacato rispetto alla vertenza in atto? Sostiene la lotta? In che modo?

 

La FIOM, cui siamo tutti iscritti, fino a metà luglio del 2016 sosteneva la nostra lotta, tant’è che fece un comunicato sindacale in cui diceva che la Cassa Integrazione era illegittima. Da luglio in avanti è intervenuta, probabilmente in accordo con la segreteria milanese della CGIL, la segreteria nazionale della CGIL nella persona del sig. Landini (segretario generale FIOM), che ha sottoscritto un accordo su cui non siamo stati d’accordo e che abbiamo respinto con un referendum. Da lì c’è stata una rottura verticale. La FIOM qui non si è mai vista. Nessuno della FIOM è mai venuto davanti ai cancelli in questo periodo. 

 

Oltre alla resistenza operaia e alla solidarietà portata da compagni singoli, quali organizzazioni sindacali, anche di base, vi hanno portato finora la solidarietà?

 

Dal punto di vista della solidarietà al presidio vengono diversi compagni. I sindacati di base legati alla USB, alcuni militanti sindacali USB, e sono venuti alcuni militanti del SOLCOBAS, il nuovo sindacato che si staccato dal SICOBAS. Il SOLCOBAS ha dimostrato una concreta solidarietà anche dal punto di vista economico, del finanziamento. Noi abbiamo aperto una Cassa di Resistenza per pagare gli avvocati, per mantenere il presidio, per pagare tutte le spese necessarie alla nostra lotta.

Quelli che hanno dato realmente solidarietà alla nostra lotta sono stati i 90 delegati di varie fabbriche d’Italia legati alla minoranza sindacale della CGIL, il “sindacato è un’altra cosa”. Il comunicato di solidarietà con la nostra lotta del “sindacato è un’altra cosa” è stato firmato da delegati di molte fabbriche anche importanti, ad esempio la SAME di Treviglio, la Piaggio di Pontedera e la Ferrari di Modena, che non sono fabbrichette di secondo ordine. Questa è stata una bella iniziativa che noi abbiamo apprezzato e propagandato e che hanno propagandato anche loro. Sostanzialmente non credo che Landini e la segreteria nazionale della FIOM possa far finta di nulla rispetto a quanto successo. Se lo fanno, vuol dire che non tengono conto di quello che sta succedendo nel sindacato. Anche alcune realtà del sindacato di base, l’USB di Melfi e l’USB di Mirafiori hanno fatto un comunicato a nostro favore.

 

Hai parlato di spese per gli avvocati, questo cosa significa che oltre alle spese legali per il licenziamento, la repressione si manifesta non solo contro i 4 licenziati ma anche verso gli operai che lottano?

 

Esattamente. La repressione si manifesta in questo modo. Durante il periodo di Cassa Integrazione durato un anno da marzo 2016 a marzo 2017 abbiamo avuto qualcosa come 38 provvedimenti disciplinari, lettere di sospensione da tre giorni, un giorno, lettere di multa. Quindi è un sistema che il padrone ha adottato, è una cosa veramente impressionante, perché su 27 persone comminare 38 lettere di provvedimenti disciplinari dà la misura che il sistema repressivo del padrone sta funzionando alla grande.

 

Adesso come pensate di continuare a resistere e andare avanti nella lotta?

 

Dal nostro punto di vista la lotta è solo sulle nostre spalle. Noi abbiamo chiesto l’intervento del Comune, della Prefettura, di tutti quelli che hanno sottoscritto nel 2009 quell’accordo che, in sostanza, regalava all’azienda 30.000 metri quadri. Ora il comune di Milano ha in mano una carta micidiale che è quella del fatto che l’accordo non è stato rispettato per nulla. In più c’è una richiesta dell’azienda, che il Comune non ha ancora concesso, di 9000 metri quadrati attorno al capannone per l’accesso dei camion. Questa è una leva che si potrebbe usare dal punto di vista del Comune per tentare di ricostruire un accordo che superi quello vecchio e che sostanzialmente faccia, non un piano industriale, perché noi non crediamo nei piani industriali, però che faccia andare avanti la produzione industriale.

Da quello che dici, quindi, la vostra resistenza continua sia sul piano sindacale con gli scioperi, sia in tribunale cercando di allargare il fronte della solidarietà. E questo quello che state facendo?

 

Sì è proprio questo. All'interno della fabbrica gli operai sono sempre sul piede di guerra perché il fronte non è solo davanti alla portineria col presidio, è anche interno. Appena il padrone applica un sistema di lavoro che non è normale, gli operai sono disposti tranquillamente a scioperare. Inoltre noi licenziati insieme ai solidali andiamo avanti con il presidio davanti ai cancelli della fabbrica, presidio che gli dà realmente fastidio, cercando di allargare la solidarietà. 

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